Libri in pillole

“Vicolo Cannery” di John Steinbeck: recensione libro

Ormai ho imparato la lezione. Ho capito che leggere Steinbeck significa regalarsi un’esperienza che va al di là della semplice lettura. E Vicolo Cannery è l’ennesima conferma. Perché leggere questo libro è come prendere un ascensore e scendere ad alta velocità fino a ritrovarsi in un altro spazio e in un altro tempo, ovvero nella società marginale degli Stati Uniti dei primi del ‘900.

E se da una parta la sensazione che regala questo viaggio è morbidissima, perché Steinbeck è un maestro assoluto a mettere a suo agio il lettore in questa realtà sconosciuta, dall’altra è tremendamente malinconica per due motivi. Primo, perché i personaggi che animano la narrazione di Vicolo Cannery, un micro mondo situato accanto a Monterrey i cui punti di riferimento sono una bottega gestita da un cinese, un bordello e un Istituto di Biologia, sono di un’umanità disarmante, che li rende vividi, reali, estremamente naturali. Sembrano appartenere a quel ristretto gruppo di persone che generalmente definiamo “gli amici di sempre”. Nonostante siano vagabondi, ladruncoli, prostitute, scansafatiche, ovvero appartenenti a quelle categorie che venivano sistematicamente emarginate dalla società perché così lontane dal prodotto che avrebbe dovuto sfornare il grande Sogno Americano, non si può fare a meno di empatizzare con loro, di dividere un bicchiere di whishy con loro, in un cameratismo senza fine che non contempla la corsa alle cose materiali: ciò che importa è sopravvivere, e l’obiettivo è farlo con la massima dignità.

“Guardateli. Ecco i veri filosofi. Credo, – continuò – che Mack e i ragazzi sappiano tutto quello che è accaduto a questo mondo, e forse anche quello che accadrà. Credo che sopravvivano in questo nostro mondo meglio dell’altra gente. In un’età in cui la gente si logora per ambizione, per nervosismo, per avidità, loro riposano. Tutti i cosiddetti uomini che hanno successo sono malati, con lo stomaco e l’anima malandati, ma Mack e i ragazzi sono sani e stranamente puri. Possono fare quello che vogliono. Possono soddisfare i loro appetiti senza dare a essi un altro nome”.

In Vicolo Cannery troviamo rappresentati tutti gli esclusi: Mack e i suoi amici, un gruppo di falliti e scansafatiche che campano rubacchiando qua e là e abitando un vecchio deposito di pesce chiamato Palace Flophouse; Lee Chong, proprietario dello spaccio dove si riforniscono i disoccupati e gli sfaccendati che vivono in Vicolo Cannery; Dora, la proprietaria del bordello che offre contemporaneamente donne e sostegno umanitario a chi è in disgrazia. E infine il Dottore, la figura centrale attorno alla quale si costruisce il romanzo: è colui che occupa socialmente la posizione più elevata, colui che per il ruolo che ricopre dovrebbe prendere le distanze dalla vita infima del Vicolo, ma che tuttavia decide di instaurare con randagi di Vicolo Cannery un rapporto di amicizia reale, senza interessi, costruito sulla solidarietà e la condivisione.

Ho accennato alla malinconia, ma ne ho spiegato un solo motivo. Ed ecco, il secondo riguarda la totale riluttanza a voler leggere le ultime pagine, perché si fa fatica ad abbandonare il mondo descritto da Steinbeck. È un micro cosmo in cui regnano fallimento e povertà, ma che si contraddistingue per lo spirito creativo dei suoi abitanti che li fa eccellere nella missione più difficile: quella di non lasciarsi travolgere dai vènti dei desideri materiali. Ed è in questo modo che, sebbene appaiano dei perdenti, i personaggi di Vicolo Cannery diventano invece degli eroi del vivere quotidiano, che sanno dimostrarsi spiritualmente più elevati rispetto a chi invece insegue sogni di gloria. E ci si affeziona a loro, perché attraverso le loro storie possiamo conoscere quell’America popolare, ruvida, povera ma eccezionalmente sanguigna e poeticamente candida, perché lontana da quell’affannarsi tipico di chi insegue vani sogni di gloria.

“Vicolo Cannery” di John Steinbeck, edizioni Bompiani. Libri in Pillole.

Alessandro Oricchio

Docente e ricercatore di Lingua Spagnola, giornalista pubblicista iscritto all'Odg del Lazio. Amante dei libri, dei viaggi, del calcio, della lingua spagnola, del mare e della cacio e pepe.

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