A Garamond Type

“Dress Code Rosso Sangue” di Marina Di Guardo: recensione libro

Quando guardiamo una foto di Marina Di Guardo rischiamo di essere vittime di una delle più banali possibili ed errate percezioni: un viso così angelico come può narrare l’orrore? Come può scrivere romanzi thriller con tutti i crismi del genere, in cui le storie si sviluppano come un orologio, con un finale inaspettato? Come può indagare il Male, guardarlo in faccia e poi metterlo nero su bianco in modo credibile? Semplicemente può perché ha lo sguardo necessario per farlo, quello di chi ha avuto esperienze difficili e riesce a trasfondere il suo vissuto in vite altrui e in altri contesti, privilegiando un genere narrativo che lo consente e che l’ha da sempre affascinata.

Il suo ultimo romanzo DRESS CODE ROSSO SANGUE ha un titolo molto evocativo, dal piglio internazionale: ambientato nel patinato mondo della moda milanese, svela che sotto la patina scintillante può esserci ben altro, un altro fatto di sangue e di morte. Cecilia Carboni ha venticinque anni e il coraggio di seguire la sua passione: lavorare nello showroom del famosissimo stilista Franco Sartori, contravvenendo alle imposizioni del padre, avvocato di grido che l’avrebbe voluta al suo fianco nel suo studio, insieme al fidanzato Andrea, bello, bravo e protettivo, il prototipo della perfezione.

 

 

Lo sguardo dei nostri genitori è per sempre

Il tema della protezione che sfocia nel controllo e nel sostituirsi nelle scelte di vita è centrale e molto sentito dall’autrice, insieme a quello dell’indifferenza. “Ferita, sin dalla più tenera età, dalle critiche paterne e dall’indifferenza della madre, da sempre si era sentita inadeguata, imperfetta.” E quello che proviamo da bambini ci segna per sempre e per sempre, perché “anche dopo aver raggiunto fama e gloria, essere stati apprezzati e stimati dal mondo intero, lo sguardo di disapprovazione dei nostri genitori, il loro giudizio rimarrà per sempre incombente su di noi, come una persecuzione predestinante cui non riusciremo mai a sottrarci.”

Cecilia ha saputo ribellarsi scegliendo il mondo della moda che l’aveva stregata come un sortilegio, trasportandola in un mondo ideale, ma quella bambina segnata fa capolino ogni volta che la crepa creatasi si allarga un pochettino e le fa dire che “quando penso di essermi abituata all’idea di avere una famiglia tossica, accade sempre qualcosa che rinnova la mia sofferenza”. È forte, ma di quella forza che solo le persone fragili hanno. E l’autrice è bravissima a permetterci di riconoscerci nelle sue fragilità, a farci provare le sue stesse sensazioni di soffocamento, di freddo, di impotenza, che sono acuite da una serie di eventi a dir poco inquietanti e che prendono il via dal ritrovamento del corpo dello stilista, ucciso in modo macabro in uno scenario raccapricciante che rimanda al mondo esoterico della Magia Nera dei Satanisti. 

Dress Code Rosso Sangue

Cecilia inizia una sua indagine parallela a quella ufficiale della Polizia, sente di doverlo a Franco, che ha tanto creduto in lei, gli promette di non lasciarlo andar via nell’ignominia. Al suo fianco l’amico del cuore, Fabio, che c’è sempre per lei, senza giudizio, che la fa sentire al sicuro, che è Casa: solo con lui può sentirsi libera di essere se stessa, di essere lieve come è giusto che sia. E lo stesso vale per lui.

Tra ritrovamenti di cadaveri accomunati dallo stesso modus operandi, con riflessioni critiche su un mondo che fa della magrezza a tutti i costi un must, nella ricerca di far luce sul marcio che la direttrice dello showroom Georgette continua a rimarcare come esistente sotto a tutta la vicenda, trasportandoci in luoghi magici come Noto o familiari come il Ristorante La Briciola, Brera e i Navigli, Cecilia deve anche confrontarsi con l’ispettore capo Remo Rapisarda, affascinante e granitico, ma fortunatamente non del tutto. Fino al finale tachicardico e sorprendente.

La frase in esergo

La frase in esergo di DRESS CODE ROSSO SANGUE è di André Malraux e svela qualcosa della trama, impossibile da raccontare nei dettagli per un thriller:

“La vérité d’un homme c’est d’abord ce qu’il cache.” (La verità di un uomo è prima di tutto ciò che nasconde).

Due piccole note personali

Ho adorato la dedica: Agli uomini che mi hanno deluso e a quello che mi sorprenderà.

E i ringraziamenti, la prima cosa che leggo di un libro, che si concludono così: A Chiara, Francesca e Valentina, mie adorate figlie: mi avete insegnato a sognare.

Sognare, perché hanno creduto in lei e le hanno insegnato a credere in se stessa. Non è mai troppo tardi per fare pace con quello sguardo che abbiamo sentito su di noi da bambine.

“Non appena fece scorrere il cursore della zip, emerse un volto. Esangue, gli occhi spalancati, pieni di orrore. A quella scoperta, l’uomo si alzò di scatto, lanciando un grido terrorizzato che si amplificò nei locali spettrali del casale. Febbrilmente, cercò il cellulare nella tasca del giaccone. Mentre era in attesa di una risposta dal numero di emergenza che aveva appena composto, si accorse con sgomento che il suo cane, quasi fosse stata la cosa più naturale del mondo, stava leccando il sangue rappreso dal petto del cadavere. Quello che vide, mentre lo allontanava con forza, lo lasciò senza fiato.”

Dress Code Rosso Sangue” di Marina Di GuardoMondadori. A Garamond Type.

Laura Busnelli

Commercialista “pentita”, ho maturato anche un’esperienza pluriennale in Sony. Lettrice appassionata e tuttologa, all’alba dei quarant’anni mi sono scoperta scrittrice, dopo essermi occupata di correzione bozze ed editing. Sono stata anche una libraia indipendente per tre anni. E rimarrò una libraia per sempre. Operatrice culturale, racconto il mondo dei libri online, tengo una rubrica su libri a tema animali su RadioBau & Co. (web radio del gruppo Mediaset) e collaboro con l'associazione culturale "Librai in corso" nell’organizzazione di eventi. La mia rubrica qui si chiama "A Garamond Type" perché il Garamond è il carattere adottato per quasi tutti i libri italiani e Type sta sia per carattere, font, sia per tizio. E la tizia sarei io.

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