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Moving Books – Ritratto di signora

«Un tempo era stata curiosa, adesso era indifferente; eppure, a dispetto di quella indifferenza, la sua attività era più instancabile che mai. Sottile sempre, ma più bella di prima, non aveva acquistato molta maturità d’aspetto, eppure nel suo abbigliamento c’erano un’ampiezza e uno splendore che davano un tocco d’insolenza alla sua bellezza. Povera Isabel, dal cuore tanto umano, quale frenesia l’aveva presa? Il suo passo leggero si trascinava dietro una massa di stoffe; la sua testa intelligente sosteneva una maestosa acconciatura. La fanciulla libera e sveglia era divenuta del tutto un’altra persona: Ralph vedeva, ora, la bella signora che si riteneva rappresentasse qualcosa. Che cosa rappresentava, Isabel? Egli se lo chiedeva; e poteva rispondersi soltanto che rappresentava Gilbert Osmond». Così scriveva Henry James nel suo Ritratto di signora (1882).

La Isabel Archer di James non nacque dal nulla. Lo scrittore si ispirò alla vivace cugina Mary Temple, morta a 24 anni nel 1870, e a un ritratto dipinto proprio nel 1882 da John Singer Sargent (guarda caso nato a Firenze da genitori americani). Il quadro vede protagonista un’ignota Miss Burckhardt, il cui tristissimo sorriso si perde in un viso molto bello ma già affaticato. Il suo vestito nero è sofisticato, ma sembra pesarle addosso come un intero palazzo, quasi una preconizzazione di quel Palazzo Roccanera nelle cui ombre Isabel si seppellirà viva.

Jane Campion, Ritratto di signora, 1996
(Credits: The Portrait of a Lady © Steve Golin e altri 1996)

Isabel è un’eroina letteraria con cui è difficile empatizzare. Troppo bella, troppo intelligente e allo stesso tempo troppo ignara delle cose del mondo. È l’omonimo film di Jane Campion del 1996 a renderla umana ai nostri occhi. Lo sguardo della regista è più complice nei confronti di Isabel: entriamo nella sua mente e nel profondo dei suoi desideri, che nel romanzo restano congelati e raggelati sotto le righe. Vediamo le sue fantasie, la sua relazione con il maschile che potrebbe essere dirompente e che Isabel sceglie di relegare alla dimensione del sogno a occhi aperti.

Viola Papetti lo sottolinea nella bellissima prefazione dell’edizione BUR del 1998: Archer non è un cognome casuale, Isabel è un’arciera proprio come Artemide, la dea della caccia e della Luna. La dea vergine per eccellenza. E vergine Isabel rimane spiritualmente per tutta la vita. Le sue scelte sbagliate non sono semplici errori: è una strategia inconsciamente volontaria di protezione da quelle proposte di matrimonio e di possibile felicità che la «sconvolgono completamente». Per una creatura così cerebrale è alla fine preferibile restare su un piedistallo e rappresentare Gilbert Osmond, un vero e proprio vuoto che cammina, piuttosto che farsi carne in un rapporto vero. È la vittoria più atroce della ragione sulla carnalità, la manifestazione terribile di quell’insensato conflitto mente-corpo che affligge la società occidentale da secoli.

Jane Campion, Ritratto di signora, 1996
(Credits: The Portrait of a Lady © Steve Golin e altri 1996)

È comunque una vittoria non assoluta: nonostante anni di assedio aggressivo-passivo e di pungolamenti quotidiani, Osmond non è riuscito a reprimere le idee che riempiono la «testa intelligente» di Isabel. Quella scintilla si traduce in semplice resistenza prima e in una scelta autonoma in seguito, nell’unica forma d’amore che Isabel si concede: per un uomo morente, che dopo averle regalato tutte le possibilità del mondo, l’ha guardata impotente mentre le gettava al vento.

Jane Campion, Ritratto di signora, 1996
(Credits: The Portrait of a Lady © Steve Golin e altri 1996)

Ma la Campion offre alla sua eroina una via d’uscita insperata. Se il finale del libro vede Isabel tornare a Roma, pur con un barlume di speranza, nel film la vediamo invece incerta ma indipendente sulla soglia di casa Touchett, sospesa a nuove, imprevedibili possibilità del destino che questa volta nessuno le offre. Niente più Ralph, Gilbert o Serena Merle a scegliere per lei. Chissà cosa farà? Finalmente Isabel è come tutte le altre donne, non più una dea irraggiungibile che si rifiuta di vivere. È come le donne a cui la regista ha dato voce e corpo in bianco e nero all’inizio del film, donne contemporanee che raccontano le proprie esperienze senza reprimerle nella fantasia. È il regalo più bello che Jane Campion potesse fare a Isabel.

Jane Campion, Ritratto di signora, 1996
(Credits: The Portrait of a Lady © Steve Golin e altri 1996)

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Chiara Tartagni

Copywriter, studiosa di storia dell’arte, insegnante, nerd, ma soprattutto una persona molto curiosa. Ama tutto ciò che riguarda le immagini, in movimento e non. Ha scritto un libro per Jimenez Edizioni, "Le relazioni preziose": un piccolo viaggio sentimentale fra il Settecento e il cinema contemporaneo.

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