Un libro tra le mani

“I Colpevoli” di Andrea Pomella, recensione: Un libro tra le mani

“ICOLPEVOLI”…ovvero “la ricostruzione del padre”.

Non voglio più vederti” dice, anzi “scrive“, un bambino di otto anni a suo padre che se n’è andato di casa… e mantiene la parola per 37 anni.
Questo bambino è proprio lui, l’autore del libro, e da qui, da questo momento esatto della sua vita, parte tutta la narrazione che, in un certo senso, si ricollega al precedente (e già bellissimo) “L’uomo che trema” in cui ci raccontava di essere stato un bambino “abbandonato e abbandonante”.
Una scelta forte, una ribellione al dolore che lo ha condizionato per tutti gli anni a venire, che lo ha fatto sentire amputato di una parte fondamentale di sé e che ha influenzato enormemente la sua emotività.

Personale e universale 

La prima persona singolare usata in queste pagine è un “Io” affilato, che taglia e affonda, senza finzioni e senza sconti, che si mette a nudo e analizza, con una lucidità disarmante, priva di qualsiasi forma di autopietismo, se stesso e il complesso rapporto padre/figlio.
E il personale diventa universale.
Capacità questa che Pomella dimostra di possedere in modo esemplare, riuscendo a trasformare qualcosa di profondamente intimo in concetti psicologici di ampio respiro, facendoci rivivere attraverso le sue ansie notturne, i suoi tradimenti, le sue paure, le sue mancanze, le sue colpe e condanne, le sue difficoltà, tutte le nostre fragilità, i nostri inciampi, i nostri errori, le nostre verità comodamente sepolte.

Così come la sua capacità di tratteggiare, di “dipingere” semplici luoghi/ricordi, diventa arte:

il paesaggio che ricordo era piú un anywhere carveriano, un sobborgo popolato da un motel, una ferrovia, un gommista, un fioraio, una pizzeria, tre bar, una chiesetta degli anni Trenta, il tutto circondato da filari di vite, marane, terre acquitrinose, e tramonti scarlatti che sembravano urlare di rabbia.”

Oppure:

“D’estate Roma diventa un lago accecante, fumoso, fetido, stordente, bianco, di quel bianco che fa deragliare il pensiero, e le giornate si fanno chilometriche come traversate nel deserto.”

Ed è proprio come un deserto ciò che si ritrovano a guardare padre e figlio dopo una vita trascorsa lontano l’uno dall’altro, un deserto di parole, di voci, di giorni, di piccoli gesti quotidiani perduti, di vita scivolata parallelamente senza mai intersecarsi.

“Noi non dobbiamo riconoscerci; dobbiamo conoscerci.”

E perdonarci.

Il perdono diventa fulcro, elemento fondamentale per cicatrizzare una ferita lasciata aperta troppo a lungo, ma affinché il perdono sia veramente tale, è necessario attraversare il dissestato terreno della colpa, capire che il perdono è tale solo quando può perdonare l’imperdonabile.
Diversamente è solo compassione.

«Ho appreso la lingua dei colpevoli e ho attraversato la terra dei traditori. Cosí ora le nostre parti sono condannate a rovesciarsi incessantemente. Siamo due corpi in lotta, avvinti nell’abisso perpetuo del vuoto gravitazionale»

Tanti, tantissimi i riferimenti letterari e di cronaca, da Sant’Agostino, passando per Omero, fino al suicidio di Jeff Buckley e il rapimento di Aldo Moro.
Pomella ci racconta questo complesso rapporto, quello tra padre e figlio appunto, anche attraverso le parole di Kafka e di Leopardi: il loro genio e la loro arte sono stati enormemente influenzati da questa figura, imponente e dominante, tanto da farli sentire sempre manchevoli di qualcosa, difettosi, indegni.

Ma difettosi lo siamo un po’ tutti, e tutti in qualche modo colpevoli.

“I Colpevoli” di Andrea Pomella, Einaudi editore. Un libro tra le mani.

 

Antonella Russi

Nata a Taranto, classe '76. Lettrice per passione, da sempre.

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