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“Cara pace” di Lisa Ginzburg: recensione libro, podcast, reading

Dopo il Lessico Famigliare con cui Natalia Ginzburg vinse lo Strega ’63, arriva l’aritmetica familiare di sua nipote. Questo romanzo ci ricorda come in qualunque avversità basti “una sorella più un’altra sorella” a costruire una famiglia. Decostruiamo le nostre corazze contro il mondo e riduciamole a rifugi soltanto occasionali: il libro di oggi è Cara Pace di Lisa Ginzburg, pubblicato da Ponte Alle Grazie e candidato al Premio Strega 2021.

Altro giro di sorellanze e rapporti familiari per lo Strega 2021 che ha celebrato più che mai il nostro bisogno di un comparto intimo, domestico e sempre più personale.

Seconda candidatura per Ponte alle Grazie quest’anno, qui la trama: due sorelle abbandonate dalla madre prima (che se n’è andata con un altro uomo per poi tornare troppo tardi) e dal padre poi (che non sopportando la sofferenza fugge per lavoro lasciandole con una tata che non basta) crescono legate dalle differenze del loro dolore.

La ricchezza ereditata all’improvviso dalla nonna paterna stabilisce l’affidamento al padre e l’allontanamento della madre, iniziale colpevole. Ma non mancheranno svariate dosi di colpa anche per l’altro genitore.

Come da  una pianta rampicante le due sorelle sono avvolte dal malessere per questa situazione e per le mancanze che vengono a crearsi e autoprovocarsi.

La mancanza della madre ha creato quella del padre; quella del padre ha creato quella di un residuo di normalità; la mancanza della normalità ha creato il vuoto interiore che le due cercheranno di colmare.

L’una si chiude a guscio nella sua durezza e nell’illusione di intoccabilità, l’altra nei colpi di testa, nelle ribellioni, nel multipolarismo capriccioso di un’anima irrequieta. Che è a sua volta, solo un altro guscio, solo meno evidente.

Anche la ricchezza di famiglia, immeritata, non guadagnata, anche una stonatura in un nucleo familiare così approssimativo, non genera felicità ma solo possesso. Anzi, funge da leva di allontanamento da un genitore assegnato sulla base di un numero e non di un’emozione; quest’ultimo viene percepito solo come fornitore di comodità, ma più spesso come limite.

A sua volta, un giorno molto lontano verso le ultime pagine del libro, la ricchezza avrà la stessa funzione – cioè di allontanamento – anche per coppie migliori, ma non diciamo altro.

Una delle frasi più belle del libro secondo me è:

Ognuno resta con la propria ferita, incomprensibile agli altri.”

Ed è proprio così: il principale problema dell’umanità è che la ferita di ognuno di noi è incomprensibile, spesso addirittura invisibile, al resto del mondo. In nome di essa vantiamo chissà quale credito universale, karmico o chissà che.

Ma leggiamo un estratto del libro:

Quando mi sono trasferita in Francia, asmatica ormai quasi non lo ero più: le crisi si erano molto diradate per frequenza e intensità, cessando poi del tutto dopo la nascita dei miei figli. Ma nonostante l’angoscia che mi causavano le impasse del respiro, quei frangenti drammatici un effetto benefico lo avevano. Imprimevano un sigillo inossidabile sul nostro patto di sorelle.

Nina era l’unica al mondo sulla quale potessi davvero contare. L’una per l’altra sponde, argini al caos che ci trovavamo ad attraversare, quel gran pasticcio cui senza chiedere alcun nostro parere eravamo state consegnate. Il nostro patto era uno scudo, un carapace. Nei momenti di mia massima fragilità fisica lo sentivo, un pensiero distinto, chiaro, dal corpo trasmesso all’anima senza passare per nessun punto intermedio.

Poi Nina tornava ai suoi disordini scatenati, io alla mia pretesa di controllare tutto, appartata ma vigile.”

E per tutto il libro l’affetto tra le due sorelle è immutato negli anni ma, se amputato da una radice comune, questo sentimento non può trattenerle nemmeno nello stesso luogo. Non può dar loro la forza di non avere paura dei legami o di stabilirne liberamente, scevri da traumi antichi, non può dare altri frutti che se stesso.

Una sorella più una sorella fa due sorelle, nell’addizione che la stessa autrice inserisce fra i ragionamenti delle protagoniste, ma zero felicità più zero non fa altro che zero; e perciò quell’affetto e quel legame non possono produrre altro che la sua propria ripetizione e l’aggrappamento ad esso, e la repulsione per il resto, troppo rischioso.

A meno che non si apprenda come trasformare quel guscio in un rifugio solo occasionale, e non in una dimora fissa; in una forza da esercitare in selezionati momenti della vita, e non in una repulsività contro l’amore.

Di trasformare insomma il carapace in una Cara-pace, il ristoro che ogni anima in pena merita e cerca; le bambine divenute adulte così come i genitori manchevoli, l’una volatile e incostante, l’altro silenzioso e autodistruttivo – la genetica non è un’opinione nemmeno nella letteratura –  tutti in cerca, chi meritatamente chi meno, di perdono.

A proposito di genetica, Lisa Ginzburg porta con se un pool biologico letterario notevole, nipote di Natalia Ginzburg, che a sua volta fra le sue molteplici attività vanta anche lo Strega del 1963; anche se a me piace ricordare quest’ultima più per la vicenda di “Se questo è un uomo”, e per questo vi rimando a un fantastico articolo sulla Treccani online.

Ma torniamo alle pubblicazioni della prolifica Lisa Ginzburg, traduttrice, saggista, impegnata, e leggiamo un ultimo estratto per concludere.

Allontanarmi è un bisogno; il solo ritorno possibile è dentro, chiusa nel mio carapace.

Sul trenino, mentre osservo l’anonima campagna urbana inaridita e troppo edificata, penso a Gloria mentre lasciava Genzano, abbandonava noi. Partenze che hanno il sapore della necessità.

Per la prima volta mi sembra di capire mia madre, la sua fuga quando noi eravamo troppo piccole, e tutto quanto ne è seguito. Alberi, larici, chiome di querce sfibrate, ovunque erba gialla e intrichi di arbusti. Guardo scorrere quel paesaggio incolore e mi ci immergo, pur di non portare la mente sulla felicità che ho appena salutato, forse per sempre.

Pensando intensamente a lei, ricordandola, comprendo su quel trenino mia madre: quanto fosse travolta. Sollevata in alto da un’emozione che come un vento la portava via. Proprio come nella foto con cui da bambina parlavo in segreto, quel ritratto scattato sul lago di Nemi: è lo stesso turbine che la rapiva quello che ora vuole spettinarmi i capelli, stravolgermi i pensieri.

La forza di un vento, più intensa a ogni istante, preziosa la vita come fragorosa e breve […]. Qualcosa del genere doveva essere stato per la mamma. Pensarlo mi emoziona, capirlo mi libera.”

Cara pace” di Lisa Ginzburg, edizioni Ponte Alle Grazie, 2020. Anonima Lettrice Italiana.

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Ali

Leggo, scrivo, parlo, ma soprattutto parlo. E poi leggo e scrivo.

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