Interviste

“La notte si avvicina”, l’ultimo libro di Loredana Lipperini: l’intervista

È uscito pochissimi giorni fa l’ultimo romanzo di Loredana Lipperini “La notte si avvicina”, edizioni Bompiani, e abbiamo avuto il piacere di scambiare quattro chiacchiere con l’autrice, in esclusiva per The BookAdvisor.

È uscito il romanzo nuovo, “La notte si avvicina”, e ne approfitto per importunarti. Ciao Loredana.

Ciao Eugenio, ciao BookAdvisor

Comincio con una nota dolente: devo avere beccato una copia fallata. I capitoli si intitolano: Giorno tre; Giorno 212; Meno 4470 giorni. Cos’è successo?

Devo darti una delusione, o una buona notizia a seconda dei punti di vista: la tua copia è perfetta. Semplicemente, ho cercato un modo per raccontare un avvenimento impensabile cercando gli antefatti, le cause, se vogliamo, e provando a guardare avanti e cercare le fiammelle di speranza che anche nelle catastrofi si accendono. Per farlo, avevo bisogno di una voce narrante che prendesse parola in un tempo fermo, e fosse in grado di aiutarci a capire che quell’avvenimento impensabile era stato annunciato, da fatti, segni, presagi. Esattamente come le lanterne che bruciavano in cielo nei tempi lontani dicevano a chi le guardava che il tempo della peste era vicino.

È ambientato nel 2008, ma non è il 2008 che conosciamo. Racconta di un’epidemia, di febbri, di isolamento forzato, di contagi. Più attuale del TG.

Quando, nel 2016, ho iniziato a ragionare su questo romanzo, sapevo che volevo raccontare la peste. Perché questo, nei fatti, non è tanto un romanzo gotico (così rassicuro i molti lettori del gruppo che non amano il genere) ma un romanzo filosofico, che usasse la metafora della peste così come era stato fatto da altri per raccontare i nostri tempi, il nostro disincanto che scambiamo per partecipazione. Il 2008 è l’anno della crisi economica ed è anche l’anno in cui Facebook si diffonde in Italia. Mi sembrava il momento giusto: uno, almeno, dei momenti giusti possibili.

La peste arriva in un paesino della Marche, già colpito duro dal terremoto di vent’anni prima. La gente reagisce male. Niente arcobaleni, né striscioni “Andrà tutto bene”.

Per forza. Il romanzo era chiuso a gennaio di quest’anno, dunque la pandemia reale è presente solo in una percentuale minima di pennellate che riguardano non le reazioni esterne ma le emozioni. Una su tutte: ritrovarsi, come una delle mie protagoniste, sola contro un cielo rosso. I gabbiani, le cornacchie, il cielo e nient’altro, nessun altro. Quel che ha colpito me per prima è che il modo in cui gli abitanti del paese reagiscono è molto simile a quello in cui abbiamo reagito davvero, striscioni a parte. Ma ha un senso: nessun narratore della peste l’ha vissuta, o quasi nessuno, ma si è basato sulle cronache precedenti. E le cronache ci dicono che non cambiamo, ahimè, non cambiamo affatto.

Il paesino si chiama Vallescura. Ci avevi già portato lì con “L’arrivo di Saturno” e anche in quel caso i vallescuresi avevano segreti da nascondere. Vallescura è per te come Castle Rock per Stephen King? L’epicentro di tutte le tue storie?

Sì. È il mondo piccolo in cui rappresentare quello grande. Non è una novità, prima di King lo ha fatto William Faulkner con Yoknapatawpha, che è presente in molti suoi romanzi (secondo me ghignava pensando a chi avrebbe dovuto pronunciarne il nome ad alta voce). Se vuoi, un espediente per condensare il bene e il male che ci portiamo addosso.

Ci porterai di nuovo a Castle… ehm, a Vallescura?

Penso proprio di sì.

“La notte si avvicina” è un romanzo gotico, genere poco frequentato da scrittori e scrittrici d’Italia. Perché questa scelta e non, per dire, un noir, che va tanto di moda?

In realtà, come ti dicevo, questo non è del tutto un romanzo gotico: sono presenti alcuni elementi del gotico (il bosco, la strega o presunta tale, la maledizione). È un romanzo che usa il gotico, semmai, per raccontare il nostro tempo, e provare a capire come mai siamo diventati diffidenti, ostili, interessati solo al nostro orticello e al nostro perenne scontento. Sono sempre stata convinta che i romanzi che costeggiano l’irrealtà possano restituirci con forza maggiore la realtà che non vediamo.

Le protagoniste sono tutte donne, come già nella raccolta di racconti “Magia nera”. Saretta, l’eminenza grigia del paesello; Maria, la forestiera; Chiara, con le sue premonizioni; Giulia, la sola a offrire conforto all’ultima arrivata. Dove sono gli uomini di Vallescura? Cosa stanno facendo in un momento così cruciale?

C’è un personaggio maschile che suo malgrado ha un ruolo cruciale, però. Mi interessava raccontare un mondo quasi esclusivamente femminile perché uno dei temi del romanzo è la maternità, vista nel suo lato più oscuro, che a sua volta è spia del nostro cambiamento: spianare la strada ai propri figli distruggendo i figli delle altre. Questo non fa parte dell’immaginazione, è verissimo, accade ogni giorno: la riunione delle madri delle elementari che cospirano per denunciare un bambino al Tribunale dei Minori è una delle parti del romanzo che non appartiene all’immaginazione. È la cronaca, quasi stenografata, di quello che ho visto e ascoltato con i miei occhi, quando i miei figli erano bambini. E le cose sono peggiorate.

Anche in questo romanzo torni al fantastico, che però somiglia tantissimo alla realtà. Un caso?

No. Il fantastico, come lo intendo io almeno, è solo lo specchio lievemente deformato della realtà. Non saprei scrivere in un altro modo.

Vallescura è in realtà un personaggio a sua volta. Ce lo descrivi in una degenerazione lenta. Prima la miseria, poi l’agiatezza portata dai turisti, poi il fastidio per questi estranei che d’estate invadono tutto. Pure nelle emergenze: dopo il terremoto tutti si aiutavano l’un l’altro; con la peste invece no, prevale la chiusura e il sospetto. Come se la peste fosse in realtà un sintomo di una malattia più profonda.

Ma lo è. Secondo gli antichi cronisti, almeno, la peste giunge al termine di un lungo periodo di disaffezione dello spirito. Mi interessava quella più ancora del flagello in sé, che è sempre un pretesto o una metafora, come insegna, fra tutti, Camus.

Progetti futuri? La fondazione di Vallescura? I piceni consacrano la prima pietra con un sacrificio di sangue?

Oh no. Stavolta il salto sarà in avanti. E sarà, davvero, un salto nel buio.

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