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“Poesie (1923-1976)” di Jorge Luis Borges: recensione

Dedicarsi e dedicare dei versi è un gesto per cui ormai ci vuole coraggio. Il rischio di apparire melensi, privi di materia prima, ricorsivi o artificiosi, potrebbe trattenere qualcuno e fargli desiderare scelte più confortevoli. Ma se riuscissimo a superare i primi timori, scopriremmo nel mondo delle antologie poetiche una lucidità e una veemenza tali da competere con il miglior titolo cult del momento, e sicuramente in quella concisione troveremmo più forza d’espressione, più compattezza. La precisione con cui le poesie di Jorge Luis Borges sigillano il momento dell’emozione, qualunque essa sia, il dolore della sua fine, l’amarezza del percepire sé stessi e la propria inerzia, non poteva essere veicolata attraverso una narrazione esplicita e meno misteriosa della poesia. Una poesia immemore del dolore che l’ha provocata e che ne resta piuttosto affascinata e grata. 

L’ateo che sognava di sbagliare

La poesia latina fra contraddizioni e speranze, dalla spiritualità all’inerzia della cultura

Non importa che l’amore sia l’oggetto diretto solo di alcuni dei frammenti proposti, perché c’è amore in ogni verso comunque. Borges amava la sua vita, anche mentre essa si consumava, lo consumava, lo accecava. Questa sofferenza non gli impediva di continuare a sperare nell’illuminazione successiva, e alcune delle sue ricostruzioni immaginifiche sono a dir poco attuali. Alcune, come la sua atea spiritualità, sono lo sfondo ben preciso di una corrente di pensiero latina che scorre più forte ad ogni embargo, ma di alcune è difficile discernere senza precipitare in una guerra di superficie: per esempio, il tema della lettura come mortificazione dell’azione, e pertanto il libro come arma mortale. Tuttavia la democrazia dell’arte prevede che non sia necessario fare prosa di ogni poesia, per apprezzarla, e citare Borges è un esercizio che si fa ormai anche senza saperlo, come nel caso dell’Elogio dell’Ombra, il cui lapidario quote imperversa da anni sulla rete. Davanti all’inutilità della vendetta e all’immanenza delle ferite emotive, così il poeta sancisce: “L’oblio è l’unica vendetta e l’unico perdono”. Immortale e definitivo

E a proposito di morire, dormire e sognare…

Tra specchi, scacchi e labirinti, tra il sogno e la morte che per l’autore non si discostano troppo l’una dall’altra e ai quali è grato in egual modo, cinquant’anni delle poesie di Jorge Luis Borges si dipanano di pagina in pagina, offrendoci con il testo spagnolo a fronte l’eco della musicalità originale. Inoltre la modernità dei suoi versi compensa quella distanza culturale che spesso abbiamo sentito con qualche imperituro sonetto britannico, seppur scolpito da più tempo su questa roccia che gira nel buio. 

Versi per farsi conoscere, e per riconoscere se stessi.

“È l’amore. Dovrò nascondermi o fuggire.”

Poesie (1923-1976). Testo spagnolo a fronte”, di Jorge Luis Borges, 2004. Anonima Lettrice Italiana. Edizioni BUR

Ali

Leggo, scrivo, parlo, ma soprattutto parlo. E poi leggo e scrivo.

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