Quando si parla di malattia mentale la prima reazione è quella di fare un passo indietro, o di lato. Perché è un argomento delicato, sconosciuto, ignoto, e come tutto ciò che ignoto esige, per essere conosciuto, uno studio, un approfondimento, un’esperienza che possa aiutare a capire, a dare punti di riferimento utili per gestire e processare le informazioni immagazzinate. Ma l’ignoto provoca anche un’altra reazione: di paura. Un po’ come la paura del buio, ovvero di ciò che non arriviamo a comprendere e che quindi è meglio sistemare sullo scaffale delle cose da tenere lontano, da non considerare o da considerare solo quando strettamente necessario.

“Incubare ha la stessa radice di incubo, che oggi vuol dire: sogno morboso. Il significato originario era un altro. Nelle culture antiche incubazione voleva dire dormire in un tempio per avere i responso del dio. Gli incubi erano geni, custodi di tesori nascosti nelle viscere della terra. Portavano un piccolo cappello, se riuscivi a rubarglielo dovevano svelarti il luogo dove il tesoro era nascosto. Io glielo ruberò. Questa casa è un’incubatrice, un tempio. Devo sognare più forte, mettermi in ascolto degli dèi”.
Un’osservazione profonda che avviene da vicino, dunque, e che permette ad Antonio di oltrepassare l’iniziale muro di diffidenza dei pazienti della casa psichiatrica e di spalancare una porta sui loro giardini interiori, lì dove i fiori germogliano ma dove nessuno vuole andarli a cogliere. Perché basterebbe ascoltare, a volte, per imparare, senza dover obbligatoriamente ricorrere al giudizio, alla catalogazione, alla definizione di ciò che abbiamo davanti: semplicemente ascoltare, per imparare, per conoscere, per scoprire che esiste un mondo lì dove si crede ci sia il nulla. Un mondo complesso, doloroso, ma che vuole esistere ed essere legittimato.
“La follia è inaccessibile, neanche uno psicoanalista ci capisce niente. Nel mondo il folle vive nel buio. Agli scrittori direi che la follia è inutile che la descriviamo perché è come la luna piena, più la guardi più ti attira più la trovi squallida. È squallida, ti fa emarginare dalla società. Ti fa vedere il mondo diverso da come lo vedono gli altri. È squallida perché si è soli. Si è mondi isolati. Si è tante isole”.
Beati gli inquieti di Stefano Redaelli è un libro intenso, che tratta il delicato argomento della follia senza alcun tipo di pietismo, ma con grande pragmaticità, grazie a un approccio umano, diretto, che mira a coinvolgere il lettore in un’esplorazione necessaria per sconfiggere quel muro nero che fa tanta paura e che banalmente possiamo chiamare ignoto.
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“Beati gli inquieti” di Stefano Redaelli, edizioni Neo. Libri in Pillole.




