Fertilemente

“La memoria rende liberi” di Enrico Mentana e Liliana Segre: recensione libro

Aveva solo 13 anni Liliana Segre quando fu deportata in un campo di concentramento.

Sopravvisse a torture, fame, stenti e alla “marcia della morte”, che vide esseri umani sfiancati e deboli attraversare a piedi l’Europa, quando i nazisti si resero conto della fine imminente e inevitabile che avrebbero fatto.

Sopravvisse restando umana, grazie alla sua capacità di continuare a meravigliarsi di quello che vedeva, quella capacità che è propria dell’infanzia.

Tornò per raccontare, anche se all’inizio faceva fatica a considerare gli altri “abbastanza” per un dolore e un orrore come quelli che lei aveva visto. Identità cancellate nel più lucido e metodico dei sistemi, vite spezzate, legami recisi, famiglie divise che non si ritroveranno mai più, rifiuti che costano morti. Uno sterminio che per quanto ormai sia provato e narrato sembra sempre incredibile.

E poi finito tutto quel ritorno tra i “normali”, quelli che la guerra è stata “solo” privazione, quelli che non ti capiscono, che non comprendono il problema di discriminare e perseguire una razza in quanto tale, senza occuparsi delle individualità, cancellando l’identità di ciascuno e sostituendola solo con un’etichetta. Questo facevano i numeri tatuati sul braccio, annientavano l’essere in quanto persona singola. Distruggere l’umanità, rendere l’uomo simile alla bestia, solo istinto primordiale di sopravvivenza.

“Ci fu anche chi per sopravvivere prevaricò sulle altre prigioniere, chi derubò gli altri. L’abbrutimento chiama abbrutimento, e del resto la nostra degradazione rientrava nel progetto di disumanizzazione impostoci dai nostri aguzzini”

Peggio delle torture fisiche c’erano quelle morali. Perseguitati senza colpa se non quella di essere nati, come Liliana Segre ha detto una volta in un discorso al Parlamento, dove ricopre la carica di Senatrice a vita, scelta dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

In questo libro la testimonianza, lucida e semplice nella sua difficoltà, con una prefazione (splendida) di Enrico Mentana.

“Primo Levi scrisse che ‘la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo’ e io, per tutto l’anno che trascorsi ad Auschwitz, non ne trovai nessuna che desse voce ai sentimenti di pena e orrore che provavo”.

In tedesco Liliana imparò solo 10 parole: piangere, paura, schiaffo, neve, fame, pane, dolore, avanti!, sola, 75.190.

La memoria rende liberi” di Enrico Mentana e Liliana Segre, BUR Rizzoli LIbri. Fertilemente

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