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“Borgo sud” di Donatella Di Pietrantonio: recensione libro, podcast, reading

Le due sorelle che si erano perse da bambine dovranno ritrovarsi da grandi, per scoprire che certe dinamiche sono innate, fisiologiche, carnali: gli stessi aggettivi con cui si definisce tutto ciò che è famiglia. Il libro di cui ci occupiamo oggi è Borgo sud di Donatella Di Pietrantonio, pubblicato da Einaudi e candidato finalista per la cinquina del Premio Strega 2021: è tornata l’Arminuta.

È il momento più buio della notte, quello che precede l’alba, quando Adriana tempesta la sua porta con un neonato tra le braccia. Non si vedevano da un po’, e sua sorella nemmeno sapeva che lei aspettasse un figlio. Ma da chi sta scappando? È davvero in pericolo?

Adriana porta sempre uno scompiglio vitale, impudente, ma soprattutto una spinta risoluta a guardare in faccia la verità. Anche quella più scomoda, o troppo amara. Così tutt’a un tratto le stanze si riempiono di voci, di dubbi, di domande.

Adriana, tutti lo ricorderete, è già protagonista del caso editoriale di L’Arminuta, enorme successo di pubblico e critica; Borgo sud di Donatella Di Pietrantonio è dunque un secondo capitolo – ma chissà se l’ultimo.

Leggiamo dall’estratto di una delle presentazioni dell’autrice:

Non è stato facile ricominciare dopo L’Arminuta. Non ritrovavo il silenzio dentro di me, non il vuoto doloroso da cui nasce la scrittura. A ogni tentativo mi ritiravo frustrata, insoddisfatta. Poi nel momento più difficile, nella stanza dell’ospedale – ricordiamo che l’autrice ha vissuto purtroppo l’esperienza di un tumore – Adriana ha invaso la scena con la sua energia […] Illuminava di nuovo le pagine, le attraversava come un vento. Mi portava nel suo matrimonio, e in quello della sorella.”

Il caso del candidato al Premio Strega che è un sequel, a memoria non mi pare che abbia dei precedenti; la Di Pietrantonio era già stata nominata e forse ha goduto di questo credito, ma un secondo volume di qualcosa che non avesse vinto al primo giro, non mi risulta (se mi sbaglio, mortificatemi perché me lo merito).

Il mondo che la Di Pietrantonio ricostruisce è un mondo intimo e per aficionados, cominciando dal titolo, Borgo Sud, un quartiere di Pescara che qualunque non residente dovrà googlare per capire che esiste davvero e che non è solo un titolo accattivante. Si tratta di un’isola nella terraferma d’Abruzzo, un’isola di costa. Non geografica ma per vocazione, perché come isolani agiscono i suoi abitanti.

Allo stesso modo le due sorelle protagoniste di Borgo sud vivono sentono e percepiscono, quindi agiscono, come due sradicate: senza famiglia, senza origini, senza doveri per certi versi, che è una cosa che ti da una certa libertà. Ma resiste anche quel loro essere doverosamente legate al dolore antico del primigenio abbandono.

Un abbandono può essere vissuto sia materialmente, come nel caso doppio di Adriana, abbandonata prima e poi, sia nell’inadeguatezza della famiglia che tocca in sorte; è sempre un cadere nel vuoto, a cinque anni come a cinquanta.

Se quel legame ti ha deluso, continuare ad amarlo (perché nell’abbandono, è il legame che ami, non la persona inafferrabile) può essere la tua fine. Ma se invece ti limiti a non comprenderlo, se non ti ha affatto deluso, se magari qua e là ti ha salvato… continuare ad amare nonostante quel non capirsi, può salvarti.

Non dalla mortalità e non dalla tristezza, ma dal vuoto, dalla non-appartenenza, dal sentire o dall’essere niente. Cosi le due sorelle resistono, con uno spessore che le allontana dall’annientamento sia letterario che caratteriale proprio del personaggio… e in effetti i due personaggi hanno resistito per un primo libro e per un secondo. Se per il delizioso legame con il lettore costruito ne L’arminuta, o per la bontà della riconferma di Borgo Sud, devono essere proprio i lettori a giudicarlo.

Leggiamo uno stralcio del libro:

Nel momento più scuro prima dell’alba qualcuno ha tempestato il campanello con tutta la sua furia. Ha gridato il suo nome, in un attimo era al piano, mi arrivavano i passi nervosi oltre la porta, il respiro ansimante. Ho tardato un po’ a sbloccare la serratura dalle mandate della sera, di là lei borbottava contro di me. Non la vedevo da più di un anno, mia sorella.

Da ragazzine eravamo inseparabili, poi avevamo imparato a perderci. Lei era capace di lasciarmi senza notizie di sé per mesi, ma mai così a lungo. Sembrava ubbidire a un istinto nomade, quando un posto non le conveniva più, lo abbandonava. Nostra madre glielo diceva, ogni tanto: tu sei una zingara. Anch’io poi lo sono stata, in un altro modo.”

È un concetto molto poetico quello di imparare a perdersi, no? Una bellissima figura retorica, anche triste, che sottolinea l’obbligatorietà di un insegnamento da assimilare, come di uno step della maturazione, e la rassegnazione all’elusione dei propri affetti, alla lontananza. Però dà anche un po’ di speranza, di accettazione della distanza, e della resa dell’anima davanti alle necessità della crescita.

Ma proseguiamo con la lettura dell’estratto:

È entrata in fretta, con una spinta del piede all’indietro si è richiusa la porta alle spalle. Così le è caduta una delle ciabatte che calzava ed è rimasta per terra a rovescio. Il bambino le dormiva in braccio, le gambe nude e inerti lungo il corpo magro di Adriana, la testa sotto il suo mento. Era il figlio, e io non sapevo che le era nato.

Non immaginavo la rivoluzione che stava per cominciare, se l’avessi prevista li avrei forse lasciati fuori. Adriana si credeva un angelo con la spada, ma era un angelo sbadato e feriva anche per sbaglio. Se non fosse arrivata, chissà, tutto il resto non sarebbe accaduto.

Ecco, ora che ci ripenso, più che due isolane durante la lettura le sorelle mi sono sembrate due naufraghe. Non perché voglio togliere a quel mare abruzzese meraviglioso il suo valore consolatorio, e consegnargli invece un titolo minaccioso; bensì perché l’aggrapparsi reciprocamente l’una all’altra richiama quel tipo di sensazione.

Ad ogni modo via via che la lettura scorre si scopre che le vite delle due donne, pur mal concimate da una madre immeritevole e condotte sempre all’ombra del dolore, sono tutt’altro che relitti. Anzi, di vita ce n’è, ce n’è ancora, e chissà che non ce ne sia anche per nuove pagine.

Borgo Sud” di Donatella Di Pietrantonio, edizioni Einaudi, 2020. Anonima Lettrice Italiana.

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“Borgo Sud” di Donatella Di Pietrantonio: reading

Ali

Leggo, scrivo, parlo, ma soprattutto parlo. E poi leggo e scrivo.

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