A Garamond Type

“Tutto il cielo che serve” di Franco Faggiani: recensione libro

Ci sono libri che fanno respirare anche in senso fisico. “Tutto il cielo che serve”, l’ultimo romanzo di Franco Faggiani appena uscito edito da Fazi Editore è uno di questi.

«Avevo tutto lo spazio immenso davanti e provai una piacevole vertigine. I fondovalle erano ormai nell’oscurità ma intorno a me il sole riverberava ancora sui ghiacciai, l’aria era tersa e c’era tutto il cielo che serve per essere felici».

Nomen omen

Francesca Capodiferro è una giovane geologa nonché caposquadra dei Vigili del fuoco di Roma che si trova nel posto giusto al momento giusto, ossia sui monti della Laga  tra Lazio, Marche e Abruzzo, nell’agosto del 2016. Si accampa con i suoi due cani da ricerca, Rufus e Nuzzo, sopra Amatrice proprio la notte che precede il terremoto che sconvolge quella terra per sempre. È tra le prime a organizzare i soccorsi, via via che passano le ore in modo sempre più strutturato, dapprima da sola e poi con l’ausilio della sua squadra, insieme a centinaia di soccorritori professionisti e volontari. Mi è sembrato di essere tra loro e di pensare che «non ci si riposa quando siamo stanchi ma quando abbiamo finito». E ho capito che «aiutare le persone richiede attenzione, ma tutti possono imparare, fin quando diventa una cosa naturale».

Francesca è la voce narrante di questa storia: il suo cognome la definisce, è una donna di ferro, è forte, istintiva, coraggiosa, e non si lascia abbattere dagli stereotipi di genere o, almeno, li sa affrontare e andare oltre. La solitudine è la sua compagna, insieme ai suoi due cani, diversissimi tra loro e per questo complementari.

La sua missione è di essere dove serve aiutare chi è in difficoltà, con forza e concentrazione, al di là di tutto e di tutti. Ma operando così aiuta inconsapevolmente se stessa: sotto la sua corazza e la sua divisa è capace di togliersi di dosso i sentimentalismi ma non i sentimenti, è in grado di provare una compassione profonda ed empatica per gli altri. Verserete qualche lacrimuccia, vi avverto.

Gli altri

Il rapporto conflittuale con il padre l’ha segnata, mentre la presenza mai invadente della madre l’ha sostenuta. Sue le massime che affiorano qua e là tra le pagine, e che diventano dei mantra: «Cresci, impara, cambia, vola» ne è un esempio perfetto.

Una scoperta per me apprendere dalla sua voce che la parola che compare di più nella Bibbia è “camminare”, «con l’idea di cercare, scoprire, conoscere. … il tempo ci detta il ritmo, ci dice cosa fare, ma non lo troverai mai. Perché lui non aspetta, va per la sua strada, inarrestabile, mantiene il passo. Non devi aspettare il momento giusto, devi costruirlo. Insomma se pensi di andare, vai!»

La solitaria Francesca impara che aprirsi agli altri non è sinonimo di debolezza bensì di forza e di simmetrica accoglienza, capisce che in fin dei conti i suoi colleghi, e non solo loro, sono sensibili nei suoi confronti. Sentirsi precari non è sbagliato, è semplicemente umano. Ammettere di mancarsi è un grande atto di coraggio. Ma non posso spoilerare la nota rosa della storia, che c’è e fa sospirare.

Un inno alla Natura

Il libro è anche un grande inno alla Natura: ho passeggiato, respirato, visto, toccato la sua bellezza e quello che sa trasmettere, quello che sa insegnare in modo salvifico. «Di fronte a quello che mi si mostrava, davanti alle semplici regole della terra e del cielo, tutto quello che facevo o pensavo non aveva poi così importanza». Franco Faggiani sa descrivere i paesaggi come si deve fare, ci fa comprendere che gli animali sono il tramite per entrare in connessione con la natura, e sono quello che ci completa.

La dedica

La dedica che mi ha fatto l’autore è una sintesi perfetta del messaggio di questo libro: “Laura, coraggio, gentilezza, idee e lungimiranza per migliorare il mondo!”

Il vento, la solitudine, la libertà

Il fulmine si mostra, la neve ha una vita palpabile, la pioggia la senti addosso e le nuvole assumono continue forme mutevoli. Il vento ha solo la voce e va in cerca di qualcuno che lo ascolti. E io sono sempre disposta a farlo. A volte vorrei essere vento leggero, quello che passa, accarezza e non lascia tracce.

Rimasi lì a lungo, fin quando le folate aumentarono ancora di intensità e poi cessarono di colpo, come se avessero cambiato improvvisamente rotta. Mi infilai nel sacco a pelo e lasciai il telo d’ingresso della tenda aperto, così potevo continuare a guardare fuori. Spesso, in quei frangenti, avvertivo la solitudine, ma il più delle volte, come pure in quel caso, ero contenta di affrontarla, di possederla o almeno di comprenderla, visto che nessuno o quasi la ama. In cima alla montagna c’eravamo io, un pezzetto di terra su cui sdraiarsi e tutto il cielo immenso, dove veleggiavano nuvole e stormi di uccelli, minuscoli semi e foglie leggere, pensieri lievi come piccole piume. Potevo essere ovunque nel mondo o in nessuna parte, e questo mi dava una profonda sensazione di libertà. Quella intima, tutta mia, da non condividere mai con nessuno.

 

PS vorrei lanciare un sondaggio: secondo voi qual è il vecchio film comico in bianco e nero che Francesca rivede per la decima volta e di cui ricorda ogni scena e battuta? Secondo me ha a che fare con le gobbe.

Tutto il cielo che serve” di Franco Faggiani, Fazi Editore. A Garamond Type.

Laura Busnelli

Commercialista “pentita”, ho maturato anche un’esperienza pluriennale in Sony. Lettrice appassionata e tuttologa, all’alba dei quarant’anni mi sono scoperta scrittrice, dopo essermi occupata di correzione bozze ed editing. Sono stata anche una libraia indipendente per tre anni. E rimarrò una libraia per sempre. Operatrice culturale, racconto il mondo dei libri online, tengo una rubrica su libri a tema animali su RadioBau & Co. (web radio del gruppo Mediaset) e collaboro con l'associazione culturale "Librai in corso" nell’organizzazione di eventi. La mia rubrica qui si chiama "A Garamond Type" perché il Garamond è il carattere adottato per quasi tutti i libri italiani e Type sta sia per carattere, font, sia per tizio. E la tizia sarei io.

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