A Garamond Type

“Kolchoz” di Emmanuel Carrère: una sincera dichiarazione d’amore che sfugge alle etichette

Il giovane Holden Caulfield nel capolavoro di J.D. Salinger descrive alla perfezione l’esperienza di leggere certe opere: «Quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere vorresti che l’autore fosse un tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira».

Appena ho chiuso l’ultimo libro di Emmanuel Carrère, KOLCHOZ (Adelphi), ho espresso questo desiderio: comporre il suo numero per ringraziarlo, senza avere la pretesa di diventarne amica (la vedo durissima). O forse solo per rimanere in silenzio con lui, a fare i conti con il peso e la grazia delle sue radici. E con le mie.

La scintilla: un discorso per la madre e i vecchi faldoni del padre

Il libro inizia il 3 ottobre 2023.

Cinquantanove giorni dopo la scomparsa di Hélène Carrère d’Encausse (nata Zourabichvili), madre dell’autore, il presidente francese Emmanuel Macron tiene un discorso solenne in suo onore. Dipinge la più influente storica francese dell’Unione Sovietica prima e della Russia poi, come una donna nel cui sangue scorrevano tutti i fiumi d’Europa, una figura con sangue russo-tedesco e georgiano, trapiantata in Francia e capace di incarnare lo spirito della Repubblica fino a ricoprire cariche prestigiosissime (fu membro dell’Académie française, della quale svolse permanentemente dal 1999 al 2023 le funzioni di segretaria).

Da quel momento pubblico, impresso nella memoria, scatta qualcosa nel figlio. Carrère decide di rimettere insieme i pezzi della sua famiglia. A partire dai suoi avi per arrivare ai genitori, allo zio Nicolas, ai suoi figli. E lo fa grazie al ritrovamento di alcuni vecchi faldoni, custoditi da Louis, un padre a lungo rimasto nell’ombra ed esiliato nella sua stessa casa, sopravvissuto di soli cinque mesi alla moglie, grande ricercatore e studioso “fai da te”. Di lui Carrère scrive di provare «il rimpianto di avere così tenacemente perso l’occasione, che pure sognavo, di riavvicinarmi a lui, di ascoltarlo, di andare sul suo terreno» (quanto ho amato Louis in queste pagine! La sua dedizione, la sua cura, il suo piangere senza far rumore quando ha detto «Eravamo in cinque, ora siamo in quattro»).

L’amore per la madre

«Da piccolo ho amato mia madre come non ho amato e non amerò mai nessuno in vita mia. Con candore entusiasta e assoluto, ho fatto mia la sua versione della storia della nostra famiglia e, più in generale, della vita. Ma nella mia adolescenza Nicolas è diventato il mio modello, il mio fratello maggiore, forse il mio amico più caro non meno che mio zio, e mi ha trasmesso la sua ossessione per la verità – ossessione che, diventato scrittore, ho sempre rivendicato con una insistenza che può sembrare sospetta.»

Un passo indietro per raccontarsi meglio

Il risultato è un meraviglioso, intimo e doloroso mosaico familiare. Dedicato alle due sorelle, Nathalie e Marina. Un mosaico che fa comprendere meglio l’”uomo Carrère”, proprio nelle pagine in cui riesce a mettersi da parte, raccontandosi lo stesso. E lo fa unendo la propria storia alla Storia, in un continuo intreccio, alla ricerca di un senso privato e pubblico.

«I libri, i film, i racconti che più mi coinvolgono sono quelli che presentano contemporaneamente la dimensione orizzontale della vita e quella verticale. Orizzontale: l’amore, l’amicizia, i legami che si formano quando si compie la traversata nelle stesse acque, nello stesso tempo. Verticale: i rapporti fra le generazioni. Genitori e figli, antenati e discendenti, che hanno abitato mondi diversi, condiviso altri racconti collettivi, altri valori, altri assiomi … Mi piace avere la possibilità di accedere contemporaneamente all’una e all’atra dimensione dell’esperienza umana, … ma in realtà, via via che invecchio, quel che più mi interessa è la dimensione verticale. Non tanto i miei amici e i miei amori, quanto i miei genitori, i miei figli, il bambino che sono stato E’ di questo che ho voglia di scrivere oggi.»

Fare kolchoz: il rito segreto di una famiglia

Il titolo, KOLCHOZ, rimanda a un rito d’infanzia. Nel gergo di casa, “fare kolchoz” significava dormire tutti insieme, ammassati tra il lettone e i materassi e i cuscini a terra intorno alla madre, quando il padre era in viaggio. Una lingua affettiva che descrive un rito, che i figli replicheranno molti anni dopo, ormai adulti e consapevoli, in un’atmosfera sospesa e dolorosa: l’ultima notte trascorsa vegliando la madre nell’hospice dove lei stessa ha deciso di morire.

Un’opera totale tra reportage e amore

La forza del libro risiede nel contrasto tra la durezza della Storia e la fragilità degli spazi privati. Un Carrère in stato di grazia scrive in un equilibrio costante e ipnotico, capace di unire quattro generazioni, stanze, appartamenti, studi e ricerche, mettendo a nudo sentimenti universali: la malinconia e il pudore dei non detti; la vergogna e il risentimento per le ferite del passato; la bussola finale della compassione e del perdono.

Al centro di questa galassia domina la figura materna, autoritaria eppure profondamente amorevole. Colei che da bambina, quando prendeva la metropolitana con suo padre Georges, «gli stringeva forte la mano per consolarlo, per dirgli che almeno ai suoi occhi era un uomo potente, un uomo che gli altri guardano e non spintonano senza vederlo.» Carrère scrive che questa scena, da lui raccontata in UN ROMANZO RUSSO, è la verità di sua madre, «il nucleo di tutto ciò che è stata, di tutto ciò che ha fatto, della sua spettacolare ascesa da bambina apolide alle vette della società francese.»

Un libro meraviglioso

Questo libro non si presta a una lettura frettolosa e distratta: la densità iniziale di date, nodi genealogici e ramificazioni storiche richiede al lettore la giusta pazienza (e io mi sono costruita l’intero albero genealogico per non perdermi troppo).

Ma la ricompensa è enorme. Carrère firma un’opera che sfugge alle etichette: è al contempo un memoir privato, un reportage storico sul decadimento del sogno europeo, una monumentale saga familiare e una gigantesca dichiarazione d’amore di un figlio che resterà tale per sempre. Che ha scritto un libro di pietà filiale, come dice il suo amico Hervé. Ci ha provato, scrive Carrère, «nella speranza che mi sorprenderà, che rompendo la crosta di rancore e di malintesi formatasi strato dopo strato in più di cinquant’anni arriverò a quella che dev’essere la sorgente di questo libro: lo sconfinato amore che ci ha uniti nella mia infanzia.»

Mi ha commossa e divertita, ho smesso di contare le pagine ironiche che si intervallano a quelle più dolorose che, evocando situazioni a me purtroppo molto vicine, hanno risuonato per giorni dentro di me, posticipando di fatto questa recensione, che, mi rendo conto, non riesce a dare completa giustizia a un libro che reputo meraviglioso.

E sì, mi ha fatto venire una voglia matta di telefonare al piccolo Helenou, ora e sempre.

PS Ho avuto la fortuna di presenziare alla presentazione all’ultimo Salone del Libro a Torino: non dimenticherò facilmente le foto di famiglia che scorrevano, permeate di Amore e felicità pura e immensa.  

(traduzione di Francesco Bergamasco)

Leggi la mia recensione di YOGA di Emmanuel Carrère (Adelphi)

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 KOLCHOZ di Emmanuel CarrèreAdelphi. A Garamond Type.

Laura Busnelli

Commercialista “pentita”, ho maturato anche un’esperienza pluriennale in Sony. Lettrice appassionata e tuttologa, all’alba dei quarant’anni mi sono scoperta scrittrice, dopo essermi occupata di correzione bozze ed editing. Sono stata una libraia indipendente per tre anni, sono stata una anche una libraia dipendente e faccio ancora e sempre incontrare libri e lettori con grande gioia. Operatrice culturale, modero eventi e racconto il mondo dei libri anche online, tengo una rubrica su libri a tema animali su RadioBau & Co. (web radio del gruppo Mediaset) e collaboro con l'associazione culturale "Librai in corso" nell’organizzazione di eventi e in corsi a tema. Faccio parte della Commissione Cultura della Fondazione Casa di Marta onlus, dove insieme ad altri volontari promuoviamo la cultura come possibilità di ricchezza e crescita umana e come occasione di amicizia e di relazione tra persone. La mia rubrica qui si chiama "A Garamond Type" perché il Garamond è il carattere adottato per quasi tutti i libri italiani e Type sta sia per carattere, font, sia per tizio. E la tizia sarei io.

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