Trasformare un’esperienza intima e quasi incomunicabile in un terreno comune è una delle sfide più complesse della scrittura. Ci riesce perfettamente Daria Bignardi nel suo nuovo saggio narrativo, “Nostra solitudine” (Mondadori), un testo che si muove con “grazia selvaggia” tra il memoir, l’inchiesta sociale e la riflessione filosofica.
Con la sua consueta capacità di partire da aneddoti quotidiani e personali per renderli universali, Bignardi indaga un macrotema che ci riguarda tutti, accompagnando il lettore in una ricerca profonda, condotta in modo anche ironico e costantemente mossa dalla sorpresa. La tesi di fondo del libro è un affascinante ossimoro: la solitudine, lungi dall’appartarci, è una dimensione condivisa e affollata che ci accomuna e ci unisce. Non si tratta di una faccenda privata da nascondere, ma di una condizione collettiva che, se compresa, può trasformarsi in una straordinaria forma di resistenza e di libertà.
«Si sta bene anche da soli, quando non si è soli.»
Una rete di risonanze letterarie e umane
Leggendo le pagine di Bignardi, è impossibile non avvertire una fitta rete di risonanze con la grande letteratura contemporanea. Si pensa a Ian McEwan che, in “Quello che possiamo sapere”, scrive di come la perdita delle specie animali renda la solitudine umana più profonda. E nel libro di Bignardi, gli animali sono presenze costanti, quasi a ricordarci, attraverso il loro sguardo puro, che non siamo soli. Si pensa anche a Elizabeth Strout, per la quale il bisogno di connessione umana è l’unico vero antidoto all’isolamento: «È attraverso la relazione con l’altro che conosciamo e ricordiamo noi stessi», ci ricorda Bignardi.
Il valore del libro risiede anche nella sua capacità di dialogare con la realtà. Non è un caso che i temi trattati si intreccino con l’impegno civile: dai reportage a Hebròn alla missione in Uganda con la Fondazione Mission Bambini. Queste coincidenze geopolitiche e umane dimostrano che la solitudine non è un vuoto statico, ma un nucleo umano universale che rende vicini chi vive sotto le bombe e chi sperimenta l’alienazione delle nostre società occidentali.
Dalla sociologia al peso della cura: la solitudine politica
Daria Bignardi ribalta la prospettiva psicologica tradizionale: se la psicoterapia cura il trauma singolo, è la sociologia a dover dare le risposte. Sentirsi tristi o isolati nell’era del capitalismo globale e dell’iper-connessione digitale non è una colpa privata. Persino il desiderio frustrato di “uscire dai social” si scontra con la realtà di essere “nel mondo e del mondo”, costantemente in bilico tra la solitudine beata e quella nera.
«Penso che la psicologia faccia bene e la psichiatria ancor meglio, ma che sia la sociologia a dare le risposte che mi interessano… Sentirsi tristi, o soli, non è una questione privata.»
Un capitolo centrale e potentissimo è dedicato alla solitudine delle donne. Riprendendo il celebre “Discorso sulle donne” del 1948 di Natalia Ginzburg e il suo dialogo con Alba de Céspedes sul rischio tipicamente femminile di «cascare nel pozzo della malinconia e affogarci dentro, e annaspare per tornare a galla», il libro affronta la natura profondamente politica della solitudine. Donne, minoranze e detenuti sono le categorie che la conoscono meglio. Per il mondo femminile, questo isolamento si traduce spesso nel “peso della cura”: la tendenza quasi biologica a dover fare tutto, a correre come razzi impazziti, convivendo con un perenne senso di colpa e con l’ansia di sbagliare. Un carico oppressivo che si scontra con il legittimo desiderio di indipendenza, sperimentato dall’autrice. La sfida è conciliarli.
Dal rifugio all’ascolto
Chi ha, dunque, il diritto di sentirsi solo? L’orfano, il profugo, il malato, il privilegiato? La risposta di Daria Bignardi è democratica e inclusiva: tutti hanno questo diritto, purché vi sia la consapevolezza che siamo tutti collegati.
In questa cornice, l’azione verso il prossimo e il volontariato diventano risposte concrete all’isolamento. La solitudine cessa così di essere una prigione e si trasforma in un rifugio: un posto necessario dove fermarsi in ascolto del battito del mondo, per poi aprirsi, finalmente, all’incontro con l’altro.
PS: oltre a essere giornalista, scrittrice e podcaster per me Daria Bignardi è un’influencer, nell’accezione di essere in grado di condizionare le mie scelte. Dopo aver letto “Ogni prigione è un’isola”, in cui raccontava di essere rimasta rinchiusa per ore nella sua cabina armadio senza possibilità di comunicare in quanto sprovvista di telefono, ho acquistato un Apple watch (lo strumento, cioè, che secondo lei avrebbe abbreviato la durata del suo spiacevole e alquanto ansiogeno incidente). Dopo questo libro mi è presa la mania del cappuccino, che l’autrice consuma in abbondanza sin dalle prime pagine. Grazie Daria!
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Commercialista “pentita”, ho maturato anche un’esperienza pluriennale in Sony.
Lettrice appassionata e tuttologa, all’alba dei quarant’anni mi sono scoperta scrittrice, dopo essermi occupata di correzione bozze ed editing. Sono stata una libraia indipendente per tre anni, sono stata una anche una libraia dipendente e faccio ancora e sempre incontrare libri e lettori con grande gioia.
Operatrice culturale, modero eventi e racconto il mondo dei libri anche online, tengo una rubrica su libri a tema animali su RadioBau & Co. (web radio del gruppo Mediaset) e collaboro con l'associazione culturale "Librai in corso" nell’organizzazione di eventi e in corsi a tema. Faccio parte della Commissione Cultura della Fondazione Casa di Marta onlus, dove insieme ad altri volontari promuoviamo la cultura come possibilità di ricchezza e crescita umana e come occasione di amicizia e di relazione tra persone.
La mia rubrica qui si chiama "A Garamond Type" perché il Garamond è il carattere adottato per quasi tutti i libri italiani e Type sta sia per carattere, font, sia per tizio. E la tizia sarei io.
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