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“La cura” di Concita De Gregorio: nessuno può salvarsi da solo

Il tempo chiede attesa e garanzie, specie nella malattia. Solleva paure e concilia l’accettazione di quello che è e di ciò che sarà, di un prima e di un dopo. La sofferenza allena i sensi anche quando è troppo estesa, invasiva. Ti mette in un uno stato di allerta costante. Non sei solo tu e il dolore, tu ed i lamenti lasciati andare a denti stretti. Sei ciò che non sapevi di essere e che conosci piano piano. Collabori per capire il dolore che ti racconta cose che non immaginavi nemmeno.

Entri nelle fenditure degli strappi che segnano trame da scrivere con una consapevolezza da cercare nella genuinità che ribalta lo stato delle cose. Lavori su un fisico fiaccato e stressato dalle terapie, dalla cura. Capisci come sta la situazione, è il corpo a dirtelo prima di tutti. Hai l’urgenza di attendere, di regolare il respiro, di sfiatare le scorie che intossicano lo slancio verso la vita. Ti senti avvinghiata da rovi, stretta nella morsa di ciò che non puoi controllare. La verità del dolore sta anche nella scoperta. Ti è chiaro il lato oscuro che ignoravi. Fai attenzione ai dettagli perché diventano il principio di uno sciame sismico di sofferenza che ti riporta con i piedi per terra, ti ricorda chi sei ora. Subito. Attraverso quelle scosse emotive che ti buttano giù, il dolore lo affronti e passa per poi ritornare, hai le idee chiare: ti servono leggerezza, bellezza, silenzio, attenzione, premura, affetto sincero e disinteressato. Occhi negli occhi che parlano senza voce nella rivelazione di un tempo che non è oracolo e neanche inganno.

In La cura di Concita De Gregorio, per Einaudi, conosci una storia che si costruisce nello spazio del dolore. Un giorno d’agosto una donna si prepara a stare via per un po’. Lascia una lettera di istruzioni ai figli, perché anche in sua assenza possano trovare le cose che non trovano mai. Non è il diario di una malattia, ma la testimonianza che nessuno si salva da solo. Forti sono le voci degli altri. Quella di Angelina, che ha il piglio di una capobanda e tratta le altre pazienti con tenerezza. La voce del Professore, cresciuto in un paesino dell’Aspromonte, e diventato un luminare, che non dimentica le sue origini. Tra tutte le voci si sente la “logistica dell’amore” che aiuta nella cura.

Il libro è lo scoglio a cui ci si dovrebbe aggrappare per trovare l’onda giusta che riporti a riva. La storia è delicata. Appare quasi come il seno cercato dai neonati quando hanno bisogno di latte, di sentire il profumo della mamma. È necessaria. È la narrazione di una madre, soprattutto di una donna che affronta la propria malattia, ma che ha bisogno delle storie degli altri per capire la propria. La scrittura è ferma, sensibile. Pulisce la paura del dolore trasformandola in verità, non urlata. Suggerita, consigliata, confessata nello sguardo del lettore che diventa alba.    

“La cura” di Concita De Gregorio, edizioni Einaudi.

Lucia Accoto

Lucia Accoto. Critico letterario Rai Cultura per Mille e un libro Scrittori in Tv di Gigi Marzullo su Rai1. Giornalista pubblicista, recensore professionista. Lettura, scrittura e stile, fonti di vita e di ispirazione

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