Interviste

Intervista a Massimiliano Rotti, autore del libro “Mi senti? La vita non fa rumore”

Dalla prefazione di Massimiliano Stefani:

I protagonisti sono tutte persone, sia uomini sia donne, giunte a un’età matura, che da tempo hanno smesso di sognare pur senza aver rinunciato alla ricerca di un benessere interiore. Non amano più, per esempio, ma sanno che l’amore, anche se non li riguarda, da qualche parte esiste ancora.

Triestino di nascita, “scrittore per necessità, più che per vocazione” come spesso gli ho sentito dire, Massimiliano Rotti torna in libreria con “Mi senti? La vita non fa rumore” edito con PAV Edizioni, dopo il suo esordio con “Calcare Cronache da nordest” uscito con Bookabook nel 2023.

Sono contenta e anche emozionata di poter fare questa intervista perché conosco molto bene l’ultima opera di Massimiliano in quanto ho lavorato alla sua revisione; posso dire che questa pubblicazione tocca diversi temi sociali e li osserva dai più svariati punti di vista.

L’intervista all’autore Massimiliano Rotti

Max complimenti per la tua nuova creatura “Mi senti? La vita non fa rumore”, un progetto con un titolo che non lascia indifferenti. Qual è il messaggio che traspare da questo tuo ultimo libro? Cosa vuoi dire al tuo lettore?

Quelle che ho raccontato qui sono vicende dure che parlano di paura, sconforto, malattia mentale, invidia, sogni infranti e peccato, quindi mi riesce molto difficile isolare un solo messaggio in poche parole. Diciamo che il titolo condensa bene uno dei concetti di fondo. È diviso in due parti, la prima è una domanda presa da una conversazione fatta da uno dei protagonisti con sua moglie, durante uno dei tanti discorsi casalinghi, comuni a tutte le famiglie del mondo. Ma in questo caso quel “Mi senti?” assume una valenza diversa, più profonda. È una richiesta di aiuto, l’esigenza di essere ascoltati, di esistere, e allo stesso tempo anche una provocazione, ci chiede se siamo vivi o morti, se siamo in grado ancora di provare qualcosa oppure la nostra vita si limita a scorrere tra le liste della spesa e gli estratti del conto della banca.

Ognuno di noi ha un’immagine pubblica che non sempre corrisponde a quella intima, si indossa una maschera che cela segreti più o meno confessabili. Con questo libro ho cercato di fare luce sugli aspetti più oscuri che albergano nelle persone, quello che non appare evidente, ma che trovi se ti metti a scavare più a fondo nell’animo umano.

Il sottotitolo “La vita non fa rumore” parla delle esistenze invisibili, quelle delle persone che ci circondano ovunque andiamo, e delle quali non sappiamo niente. Ognuna di loro cela un segreto, fatto di gioie e dolori della vita quotidiana che scorre silenziosa.

L’aspetto che più colpisce di queste storie, gli ingredienti che nell’immediato saltano all’occhio e fanno soppesare la tua cifra stilistica sono legati ai personaggi: perlopiù raccattati per strada, vite qualunque che qui fanno la differenza e danno tridimensionalità all’intera opera. Come fai a renderli così vivi ed efficaci?

Lo scopo principale di chi decide di iniziare a scrivere è raccontare una storia. Io ho iniziato a scrivere invece per rappresentare la realtà così come appare, senza orpelli, ma non è facile. Ogni cosa che ci circonda cambia a seconda degli occhi di chi la guarda e poi, niente rimane uguale per troppo tempo, si trasforma e così, quando credi di averci capito qualcosa, tutto è già cambiato di nuovo. Bisogna cogliere la vita nel momento esatto nel quale viene vissuta. In medias res si dice in letteratura. Come scattare delle polaroid sfocate in bianco e nero in un istante di vita che però rivela più di ciò che sembra. Qui non ci sono eroi, non ci sono mai stati, nessuno è forse nemmeno “passabile”, ma sono persone vere e reali, o almeno potrebbero esserlo, con i loro sogni spezzati, le loro contraddizioni e le loro ferite nell’anima.

“Siamo l’unica specie capace di introspezione, l’unica specie con la tossina della follia scritta nel codice genetico.”

L’aspetto psicologico è stato fondamentale, è proprio quello che racconta come reagiscono queste persone, cosa pensano, cosa sognano. Perché in realtà fuori non succede niente di che, non ci sono sparatorie, morti ammazzati, vendette, è tutto rappresentato in un contesto apparentemente ordinario e sicuro, quello che cambia è dentro. È dentro la mente dei personaggi che si scatena la tempesta, quando avverrà ciò che cambierà tutto, affinché niente sia più come prima.

Dalla paura di non sentirsi all’altezza in una società che glorifica solo i campioni del mondo, allo scovare il senso che sfugge in pochi attimi di lucidità.

Viviamo in un mondo che vuole far passare come narrazione autentica il voice over delle pubblicità dei suv. Il concetto del vincente viene imposto come se nella vita fosse veramente importante arrivare primi. Una continua gara a esclusione dove vince il più forte. Ma cosa ci può raccontare di interessante un vincitore? Magari può spiegarci come ha fatto a vincere o cosa si prova a vincere, con un contorno di interviste tutte uguali, ma finisce lì, non c’è spessore, non c’è profondità. Il punto è che quando vinci è già finito tutto e non c’è più nulla di interessante.

Mentre tutti gli altri che non vincono, che sono poi la maggioranza delle persone, si sentono obbligati a essere dei fenomeni pur di non sparire, e sono costretti a inventarsi l’eccezionale in ogni stronzata che gli capita, per postarla sui social. Viviamo in un mondo strano. Preferisco raccontare i perdenti, o meglio, le persone normali, quelle che continuano a vivere anche senza fare la storia.

Queste narrazioni sanno di vita vissuta, spesso sciupata. Come scegli i soggetti e le storie, dove trovi l’ispirazione?

Scrivo solo quando ho qualcosa da dire o qualcosa da sfogare. A volte l’idea nasce anche da un sopruso, un’ingiustizia alla quale ho assistito o semplicemente dall’urgenza di capire qualcosa che mi sfugge. La scrittura allora diventa un’esigenza che funge da valvola che mi permette di non saltare in aria. È il mio personale modo di sopravvivere, ci tengo a dare voce a ciò che viene taciuto. Raccolgo anche quello che regala la strada, proprio letteralmente. Olivia, ad esempio, è nata da un annuncio trovato su un palo alla stazione: “Cercasi dama per danzare”. L’ho messo in tasca e dopo quindici giorni avevo scritto la mia storia. Ero talmente contento che ho voluto chiamare il numero sopra all’annuncio. Al telefono ho spiegato che sono uno scrittore, che non avevo nessuna intenzione di imparare a ballare, ma in compenso avevo scritto una storia sul loro annuncio e che gliela volevo regalare, mi serviva solo un indirizzo email. Tutto gratis, ho precisato. Mi hanno chiuso il telefono in faccia.

Trieste, Milano, Modena… questi sono alcuni dei posti che hai scelto per ambientare le tue storie; luoghi che donano anche un certo carattere ai personaggi, e sembrano avere un peso profondo, perché hai scelto queste città?

Mi è sempre piaciuto guardare le case e le finestre illuminate dei palazzi per immaginare la vita che ci scorre dentro. Amo ambientare le mie storie nelle periferie urbane, luoghi esistenti dove si respira la vita delle persone: i palazzi popolari con le scritte sui muri, i marciapiedi interrotti e le strade piene di buche. Ho scelto località diverse proprio per riuscire a rappresentare qualcosa di eterogeneo, spaziando tra situazioni differenti, in modo da cerare una visione globale anche se Trieste rappresenta il punto centrale, il luogo dove sono nato e ho vissuto fino a ventisei anni. Una città di confine, difficile e bellissima, piena di storia e di contrasti, con la quale ho sempre avuto un rapporto conflittuale. Non riesco a viverci ma nemmeno a starci troppo lontano, è qualcosa di difficile da spiegare. Ho dovuto scrivere il mio primo romanzo per comprendere qualcosa di più e alla fine, forse, credo di averla perdonata. Continuerò a portarla sempre nei miei libri, perché quando Trieste ti entra nel cuore non ne esce più, soprattutto se, come me, ci vivi distante.

Pubblicare un libro è sempre un momento particolare. Come vivi questa fase del mestiere di scrittore e come è il tuo rapporto con il mondo dell’editoria?

Naturalmente sono entusiasta, dopo tanto lavoro ho voglia di vedere l’effetto che fa ciò che ho scritto. Anche perché queste sono storie molto particolari che ti entrano dentro e scavano nel profondo, spingono a farsi delle domande. L’unico mio problema con le pubblicazioni è la sfasatura del tempo con il lettore. Viviamo l’opera in tempi diversi. Solitamente, quando un libro esce per l’autore è già passato, soprattutto se ha anche iniziato a scrivere altro. Per esempio, per fare la promozione e interviste come queste un po’ devo ricalibrarmi per ritrovare il senso del libro che magari ho perso nel tempo. È un continuo cercare di andare avanti per poi fermarsi e guardarsi indietro.

Il mio rapporto con gli editori invece è stato un po’ problematico, almeno inizialmente. Erano un muro invalicabile. Nessuno leggeva i miei manoscritti, io continuavo a spedirli nella speranza che qualcuno rispondesse ma mi arrivavano, quando andava bene, cortesi rifiuti che dichiaravano di non aver letto una parola. Capisco bene che un libro di un esordiente di quattrocento pagine come “Calcare Cronache da nordest” non sia troppo allettante per un editore, quello che proponevo erano solo costi a scatola chiusa. Ma mi domandavo: se un editore non legge le bozze, che altro dovrebbe fare? Senza darmi mai per vinto, dopo tanti silenzi e tre lunghi anni di attesa, alla fine sono riuscito a pubblicare grazie a un progetto di crowdfunding e devo dire che è anche andato anche molto bene come vendite. Con “Mi senti? La vita non fa rumore” invece è stato tutto più facile. Ho trovato la PAV Edizioni con la quale ci siamo piaciuti fin dall’inizio. Abbiamo instaurato da subito un ottimo rapporto di collaborazione, sincero e genuino. Ma in tutto questo finalmente qualcosa l’ho imparata: mai più libri di quattrocento pagine.

Oggi viviamo in un mondo dominato dal rumore, in cui il frastuono e il movimento dettano il passo e dove il silenzio, il più delle volte, tende a far entrare nel panico. In questa precisa cornice storica e culturale scegli come sottotitolo “La vita non fa rumore”, perché? È una forma di ribellione, una provocazione?

Forse è solo un modo per restare fedele a me stesso. Come hai detto tu oggi tutti urlano per essere ascoltati; io preferisco parlare piano. La vita si trova negli spazi di silenzio, nei dettagli minimi, nei pensieri che non finiscono nei social. Racconto la normalità con il rispetto che si riserva alle cose fragili. Ogni libro è un modo per imparare a guardare meglio il mondo anche quando, come nel mio caso, la vita non fa rumore.

Non posso concludere questo momento senza chiederti se hai altre idee narrative o se stai già lavorando a un nuovo progetto?

Sì, attualmente sto lavorando a un nuovo romanzo e la cosa curiosa è che comincia esattamente dove finisce “Mi senti? La vita non fa rumore”. L’epilogo che si trova alla fine del libro scritto in prima persona, corrisponde all’incipt del prossimo romanzo. Mi piace l’idea di creare un ponte temporale, come se i libri fossero capitoli di un’unica narrazione e così anche la sfasatura tra me e i lettori si riduce.

“Mi senti? La vita non fa rumore” di Massimiliano Rotti, PAV Edizioni. Libri e Pensieri

Articoli correlati

Pulsante per tornare all'inizio
The BookAdvisor
Panoramica privacy

This website uses cookies so that we can provide you with the best user experience possible. Cookie information is stored in your browser and performs functions such as recognising you when you return to our website and helping our team to understand which sections of the website you find most interesting and useful.