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Scusate il disturbo: lo zero universale di Patty Yumi Cottrell

C’è un punto interessante che lascia intendere che tipo di libro sia Scusate il disturbo di Patty Yumi Cottrell:

Anche io avevo le mani sporche di sangue?, mi chiesi. No, io le mani me le sono lavate. Addirittura disinfettate. Se anche non avevo fatto niente per lui, almeno ero rimasta neutra, uno zero almeno non provoca danni a nessuno.

Uno zero, ecco cosa sente di essere Helen, la protagonista di questa storia figlia di Patty Yumi Cottrell, edito da 66thand2nd. Una donna di trent’anni, figlia e sorella adottiva che lascia tutto e si trasferisce a New York. Il caos, i costi della vita e la casa nuova, minimalista. Per l’esattezza, vuota. Quando le danno la notizia che il fratello più piccolo si è suicidato a lei è appena arrivato il divano nuovo di Ikea a casa, l’unico mobile presente in quelle quattro mura in pratica.

Wavism, Diango Hernandez

Scusate il disturbo: crescere come lo zero

Essere zero per Helen significa anche questo: non sentire il bisogno di cambiare la vita degli altri, non reagire morbosamente al vuoto altrui, come invece faceva il fratello. Lei c’è sempre per tutti, riempie le assenze degli altri e vive l’età più matura con la consapevolezza che uno zero non potrà avere mai lo stesso trattamento.

Helen è un’anima che si pone silenziosamente senza disturbare, cammina in punta di piedi come lo stile del romanzo: cauta come chi sta raccontando di suicidio e rispettosa come chi sa di non essere la benvenuta in nessun posto.

Questione di priorità

Helen vive dietro un muro di razionalità che la spinge a cercare un motivo valido per il suicidio del fratello. Perché lui ha ceduto e lei invece no? Cosa è andato storto in queste vite? La topten dei motivi che trova online non la soddisfano, ha bisogno di molto più.

Quell’andare per poi tornare era iniziato quando da piccolo restava a dormire da un amichetto […] Guarda le case, diceva nostro padre adottivo, e le persone dentro. Non vanno da nessuna parte. Ma non funzionava mai, le sue paure non avevano confini. E non faceva che attirare l’attenzione sul fatto che avrebbe voluto tornarsene a casa sua. Per tutta la vita aveva temuto i cambiamenti del tempo. Forse era un grido di dolore, quell’essere così ordinario e prevedibile. Ma io non riuscivo a sentirlo, pensai. Non sentivo niente.

Sceglie di tornare nella vecchia casa, ripartire da lì, da quella famiglia che mal tollerava lei e che invece amava l’altro figlio.

Una questione di priorità anche quella del lettore che, dopo aver chiuso il libro, si chiederà: cosa ho fatto, io, per me stesso?

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Ylenia Del Giudice

Classe '89, romana. Appassionata dell'arte in generale, di mercatini e di tutto ciò che non conosco, lavoro in una tipografia tra inchiostri e grafiche. Non amo affatto le imposizioni e mi piace sperimentare perché mi annoio spesso. Dormo poco, bevo tanto caffè e sono una fan dei telefoni spenti.

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