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La seconda verità e le radici nascoste secondo Anna Verlezza

Cosa succede quando una libraia sbaglia completamente approccio nella lettura di un libro? Succede che lo ammette, chiude e ricomincia la lettura. Ho creduto sin da subito che La seconda verità di Anna Verlezza fosse un romanzo a tratti polveroso, vecchio se vogliamo. Qualcosa di molto lontano dalle mie letture abituali. Ho creduto che Rita, la protagonista, fosse una donna adulta lamentosa e stanca.

Il suo gomitolo iniziò a srotolarsi. Non era mai nata. Ostaggio in altra dimensione, cercava il ritorno a casa. Viveva in una pelle che non le apparteneva e si sa, quando non è la propria, brucia ancora di più. Pizzica, fa male.

La seconda verità: un pretesto

La seconda verità è stata un pretesto, un capro espiatorio dei miei peccati, se così possiamo definirlo. Rita, donna adulta, psichiatra. Rita il suo lavoro sembra farlo bene, si preoccupa dei pazienti come fossero qualcosa da non dover lasciare solo su un diario di lavoro, si porta dietro le loro storie e se ne prende cura.

La seconda verità, Anna Verlezza, Rfb.

Non sfrutta in alcun modo quelle sedute come esercizio personale, tira su un muro che le consente di guardare fuori ma non si essere guardata. A questo punto, dove sta la novità? Perché questo romanzo è andato in ristampa dopo solo 46 giorni? In un colpo solo viene racchiuso in un libro la maturità professionale e umana, la capacità di ammettere gli sbagli e la forza di mettere ordine, di sporcarsi le mani per cercare ciò è rimasto vivo nelle macerie della vita.

Anna Verlezza rispolvera parole che abbiamo dimenticato, ci dice di fare attenzione a ciò che diciamo perché queste parole, tutte, hanno un peso. Anche quelle non dette, come succede a Rita. La seconda verità è un pozzo profondo dove dobbiamo calarci senza torcia per guardarci dentro ammettendo a noi stessi le nostre debolezze ma anche per trovare la forza necessaria per uscire. Il romanzo delle seconda verità, quelle che ci siamo sempre negati per praticità, perché fa sempre meno male ma a lungo andare logora.

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Ylenia Del Giudice

Classe '89, romana. Appassionata dell'arte in generale, di mercatini e di tutto ciò che non conosco, lavoro in una tipografia tra inchiostri e grafiche. Non amo affatto le imposizioni e mi piace sperimentare perché mi annoio spesso. Dormo poco, bevo tanto caffè e sono una fan dei telefoni spenti.

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