Libri in Lettere

“Lettera a un bambino mai nato” di Oriana Fallaci

Direi, ******, che non c’è modo migliore per parlarti di questo libro.
E la storia è già tutta scritta nel titolo.

È proprio questo, tuttavia, l’elemento che mi ha spinto a leggerlo: che cosa mai potrebbe voler comunicare un’opera che ha scelto di raccontarsi nella sua interezza sin dalla copertina? O, per meglio dire: perché Oriana Fallaci avrebbe dovuto chiudermi ogni possibilità d’immaginazione circa il contenuto o il finale del suo stesso libro ancor prima che intendessi cominciarlo? Mi sembrava una prepotenza che poteva redimersi solo con la lettura.
Così ho fatto; l’ho letto voracemente, mantenendo al contempo la stessa pacatezzache ho ritrovato in ogni pagina. In fondo è proprio questo che provavo (non saprei dirtelo in altra maniera): se dovessi dar voce alla protagonista, all’autrice di quella lunga lettera spezzata, ecco proprio lei, a cui mai è stato dato un nome, avrebbe però una voce, ovattata e limpida, pacata, quasi che la sua epistola non sia altro che una travagliata ninna nanna. Vogliamo chiamarla “madre”? Sia, la madre di quel bambino che porta in grembo, a cui racconta delle sue memorie, dell’amore, della tristezza, della gravidanza, dell’angoscia, lei ai miei occhi avrebbe solo una voce.

Ed è così che, del resto, tutti gli altri personaggi del libro la vedono: non è mai semplicemente lei. È una figlia, certo, una compagna, una donna, un contenitore per il feto, ma mai solo lei. Non è mai la protagonista, piena di paure e speranza, che sgomita tra una riga e l’altra per emergere agli occhi di chi pare essere l’unico in grado di ascoltarla: il figlio che porta in grembo. Il figlio che non vedrà mai la luce, l’unico che non ha i mezzi per sentire, per capire.

Alla fine, il processo. Il monologo della protagonista, questa contorta confessione che diventa un flusso di coscienza, si snoda in quel processo, immaginario, la cui giuria è composta da sette personaggi, anch’essi senza nome e senza età, le cui vite sono più o meno direttamente intrecciate a quella della narratrice: il feto ha smesso di crescere; è morto: di chi sono le responsabilità? Chi ha una colpa? A chi sta il compito di giudicarla colpevole o non colpevole? Chi può parlare ed esprimersi in merito? Chi è una Donna? Chi è quella-donna-durante-quella-gravidanza, come la definirebbe la Fallaci?

Car* ******, dopo tanti dubbi e interpretazioni – che a tua discrezione solo troveranno una chiusura lineare, l’impressione residua è una, molto forte e il libro, implicitamente, lo urla a chiare lettere: la gravidanza è un’esperienza così fragile, un’esperienza di indispensabilità reciproca tanto peculiare e instabile, che neppure sette personaggi senza nome e senza età possono descriverla esaustivamente senza sminuire ciò che prova la donna, incinta di una parte di sé.

“Mi resterai incatenato con la schiavitù degli affetti, la schiavitù del rimpianto”.

”lettera a un bambino mai nato” di Oriana Fallaci, edizioni Rizzoli, Libri in lettere.

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