Willy Vlautin, lo scrittore degli invisibili

Ho scoperto Willy Vlautin qualche anno fa grazie a Jimenez Edizioni prendendo in mano Motel Life.
Cercavo una lettura che mi parlasse della mia America quanto era in grado di farlo Cormac McCarthy, che per me ha rappresentato uno degli assiomi della narrativa western in chiave moderna, capace cioè di arricchirlo con una metafisica dei paesaggi e del pensiero forse rimasta, sia pur nel genere, insuperata.
In buona sostanza, è riuscito a unire l’etica della vita nella provincia desolata del sud degli Stati Uniti con l’altezza filosofica di un pensiero che sapeva andare oltre il mito americano: toccava l’anima nei suoi punti più abissali e alti, per raggiungere una sintesi esistenziale della vita, della morte e della fatica.
Ma parlavamo di Vlautin, appunto. Ecco, è vero che Vlautin non ha mai scritto né detto di essersi ispirato a McCarthy: i suoi riferimenti dichiarati sono Raymond Carver e prima ancora John Steinbeck; eppure, scrivevo, se ora facessi “un tiro percezione” (retaggio dei miei giochi gdr) di McCarthy vedo impresse alcune impronte.
Lasciamo da parte la violenza cosmica e quasi liturgica di Meridiano di sangue o della Trilogia della frontiera, dove la ferocia è un’ipostasi ontologica: in Vlauitin c’è il Suttree delle rive del Tennessee, il romanzo mccarthiano più sociale e meno mitico, quello degli emarginati di Knoxville e dei relitti umani sul fiume.
Tra i due non c’è una congiunzione diretta, almeno così ci dice lo stesso Vlautin. Il raccordo anulare è Flannery O’Connor, che Vlautin cita esplicitamente tra le sue influenze e che è, forse insieme a Faulkner, la matrice riconosciuta dello stesso McCarthy delle origini.
Andando oltre, resta Carver il punto d’origine più immediato dei personaggi di Vlautin: emarginati e provinciali, in debito con la vita, di un debito che non riscuoteranno.
A distinguere V. da C. è l’epilogo delle storie, con una precisazione: in Carver la redenzione è pressoché assente. In Vlautin, al contrario, si intuisce che un poco di speranza per una vita migliore c’è, se ne avverte la possibilità anche se resta un’intuizione: ciò che accade al di fuori della storia rimane un esercizio speculativo per nerd come me.
Verso nord, Motel Life, La ballata di Charley Thompson, Free sono romanzi che raccontano vite trasandate all’ombra del sogno americano, nascite continuamente interrotte sul bordo di un potenziale fallimento. Poi c’è l’America fatta di discount e di motel improbabili, strade bianche e luoghi dell’abbandono.
È un’America non meno vera delle grandi metropoli, e racconta una realtà sociale ferita dalla perdizione, che a suo modo mette in risalto la preziosità del sogno americano: se c’è il trionfo è perché più d’ogni altra cosa è evidente il fallimento.
Nota a margine. Credo non sia un caso che il titolo italiano di Lean on Pete sia diventato La ballata di Charley Thompson: Vlautin scrive romanzi con l’orecchio di chi ha passato una vita a scrivere canzoni, prima per i Richmond Fontaine e poi per i Delines. La sua prosa ha l’economia del testo per musica: frasi brevi, ritorni quasi da ritornello, un rifiuto ostinato della metafora ornamentale.
Willy Vlautin è lo scrittore degli invisibili. Uomini e donne abbandonati, e per questo dimenticati. Parla di America, America vera: gli Usa delle strade bianche che ho avuto modo di solcare più volte nel corso degli ultimi vent’anni.
Una poesia urbana e sociale che tocca e respinge fino a diventare incomprensibile. Ma è qui il fascino di questa parte degli Stati Uniti: il suo saper essere disturbante sotto la bianca e totalizzante luce del sole.
<<<<Sono Marcello e qui parlo di Usa e di letteratura americana>>>>



