Un libro tra le mani

“Una cosa divertente che non farò mai piu” di David Foster Wallace, recensione: Un libro tra le mani

“Una cosa divertente che non farò mai più” di David Foster Wallace è un reportage giornalistico sul mondo delle crociere extra-lusso.

David Foster Wallace ha accettato di farlo per poter guadagnare qualcosa e potersi dedicare pienamente alla scrittura, non certo perché ne fosse attratto.

Spietato e inconsapevolmente candido

E questo suo essere totalmente estraneo a quel mondo, a quella filosofia di vita, viene fuori in maniera evidente, attraverso un racconto spietato, ma anche, non so se sia la parola giusta, disarmante nel suo candore.

Sembra quasi un bambino che è stato catapultato, suo malgrado, in un mondo di adulti di cui non comprende i comportamenti e cerca di studiarli, attraverso la lente dei suoi occhi puri.

“Ho osservato e catalogato, con ribrezzo, ogni tipo di eritemi, cheratinosi, lesioni pre-melanoma, macchie da mal di fegato, eczemi, verruche, cisti papulari, pancioni, celluliti femorali, vene varicose, trattamenti al collagene e al silicone, tinture orribili, trapianti di capelli malriusciti – insomma, ho visto un sacco di gente seminuda che avrei preferito non vedere seminuda. Mi sono sentito depresso come non mi sentivo dalla pubertà e ho riempito quasi tre taccuini per capire se era un Problema Mio o un Problema Loro.”

Wallace sembra ironico, ma in realtà è disperato.

C’è una tristezza di fondo in ogni situazione da lui riportata, anche in quelle che, ad un primo sguardo, potrebbero sembrare divertenti.

C’è una critica feroce alla società americana, e in generale a quella borghese occidentale.

Un ribrezzo verso i suoi connazionali, pasciuti e viziati, che scendono dalla nave e attraversano, tronfi della loro ricchezza, luoghi devastati dalla miseria… motivo per cui lui non riesce a scendere dalla motonave, come un novello Novecento, depresso e agorafobico.

Così come non riesce a divertirsi… in un luogo costruito appositamente a questo scopo, patria del divertimento “organizzato“, quasi imposto, forzato.

E poi aleggia in ogni pagina un costante sentimento di “vergogna“… vergogna di appartenere ad una società di caproni lobotomizzati, ottusi e pacchiani, che mangiano, giocano, ridono e ballano a comando, e non riescono a vedere oltre.

Non colgono quello che c’è dietro gli occhi gentili e i sorrisi sempre pronti (e tirati) di coloro che sono addestrati a non farti mancare nulla, ad esaudire ogni tua richiesta, ovvero stanchezza e frustrazione per un lavoro estenuante e sottopagato.

Non riesce ad essere “leggero“, superficiale, come vorrebbero loro. È stato al gioco, certo, ma alla fine più per analizzare se stesso che gli altri.

“In queste crociere extralusso di massa c’è qualcosa di insopportabilmente triste.

[…] A bordo della Nadir – soprattutto la notte, quando il divertimento organizzato, le rassicurazioni e il rumore dell’allegria cessavano – io mi sentivo disperato. Uno strano desiderio di morte, mescolato a un disarmante senso di piccolezza e futilità che si presenta come paura della morte. Forse si avvicina a quello che la gente chiama terrore o angoscia. Ma non è neanche questo. È più come avere il desiderio di morire per sfuggire alla sensazione insopportabile di prendere coscienza di quanto si è piccoli e deboli ed egoisti e destinati senza alcun dubbio alla morte. E viene voglia di buttarsi giù dalla nave.”

Credo che questo brano racchiuda perfettamente il senso di tutto.

Grande metafora della vita

Mi è piaciuto molto, grande metafora della nostra condizione: esseri omologati, massificati, che galleggiano sulla nave dell’esistenza e si fanno trasportare in una direzione decisa da altri. Più che il lato “spassoso” da molti sottolineato, a me è arrivato il senso di angoscia che viaggia sottotraccia insieme alla nave per tutto il tempo.

P.s.: È stato il mio primo DFW… e non sono sicura di aver letto un libro “rappresentativo” della sua opera e della sua scrittura. Lui, in generale, un po’ mi intimorisce… quindi non so se avrò la voglia e il coraggio di cimentarmi in altro di suo, vedremo.

P.s.2: Io, una crociera, l’ho fatta… e in tantissime cose mi sono ritrovata, pur non avendole filtrate, a suo tempo, attraverso lo sguardo attento, acuto, intelligente… ma anche fobico, insicuro e depresso di Wallace.

P.s.3: Il brano sullo sciacquone del water “ad alto tiraggio“, considerato tra i più esilaranti del libro, mi ha dato invece l’impressione di essere una triste metafora di come la vita ci “centrifughi” nelle sue banalità, di come ci risucchi nel suo vortice di superficialità e contro cui nulla possiamo.

P.s.4: Non sono una fan delle note a piè di pagina, ma devo dire che in questo libro rappresentano forse la parte migliore, costituiscono quasi dei racconti a sé… e adesso ne sto abusando anche io 😊.

 

“Una cosa divertente che non farò mai più” di David Foster Wallace, Minimum Fax editore . Un libro tra le mani.

 

Antonella Russi

Nata a Taranto, classe '76. Lettrice per passione, da sempre.

Articoli correlati

Back to top button