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“Le stelle mobili del sottosuolo” di Enrico Prevedello: recensione libro

“La litografia “relatività” di Escher raffigura un mondo in cui le leggi di gravità non sono applicate. È lo straordinario fascino di Escher: la fantasiosa capacità di rielaborazione della scienza in figure paradossali e impossibili.

Come nelle sue opere, anche ne “Le stelle mobili del sottosuolo” ogni regola fisica è sovvertita. Il mondo non è più quello di sempre. Il cielo è terra e terra è cielo. Il caos. Ma un caos preciso, aureo. Il caos di quando perdiamo tutto e vaghiamo senza più punti di riferimento né certezze. Il caos di quando non accettiamo che la vita possa scorrere tranquillamente per tutti tranne che per noi abitanti di una spirale non dimensionale. È il caos di quando fingiamo che va tutto bene, e allora sorrisi, feste, allegria, mentre dentro un animale, che nessuno vede né sente, Ctonio, ci parla, ci tenta, ci consiglia che conviene chiuderla qui con questa vita che ci vomita come intrusi, che è l’unica scelta sensata da fare in fin dei conti.

Il “mondo al contrario” di Prevedello è la mia personale visione surreale del senso di abbandono, solitudine interiore e distruzione. Aprire gli occhi dopo aver scelto di chiuderli per sempre, trovarsi dispersi e disorientati, sopravvivere da morti: tutto che cade e travolge, niente al suo posto, sopravvissuti in mezzo alle macerie, zero coordinate.

Ma questo è anche un caos che rieduca alla vita. Un’educazione sentimentale quella di ristabilire l’ordine delle cose cambiandone la visione. Si tratta di riuscire a scorgere l’invisibilità apparente in un mondo dalle leggi sovvertite, riconoscere l’esistenza di persone che, benché diverse da noi e non tutte e del tutto di sani principi, tentano comunque di sopravvivere a modo loro, reinventandosi.

Si tratta di dare una possibilità a questi milioni di caos che ci gravitano intorno, scoprirne alcuni che, uniti al nostro, trovano un senso e una dimensione più grandi. Toccare il cielo con un dito, con coraggio e una buona dose di fede nell’impossibile, si può ancora.
Dopotutto, Escher non sarebbe riuscito a creare le sue opere se non avesse creduto nell’impossibile.

Leggere e ragionare a testa in giù non è facile, ci si perde nella ricerca dell’errore: oggetti che cadono, aperture di porte, creazioni di ponti. Non ce ne sono.

Forse Enrico ha abitato davvero in questo “mondo al contrario” e il coraggio gli ha permesso di lanciarsi nel vuoto per tornare a raccontarcelo.
Non si può descrivere una cosa così bene senza averla vista da vicino.

 

Incipit:
“Per trovare Antonio ho seguito l’odore che fanno le persone quando vengono dimenticate.
I tetti e le antenne di Padova scorrono veloci sotto di me. Non ci vediamo da tanto, sarà sorpreso di sentire di nuovo la mia ombra sulla nuca. Anche io mi ero quasi dimenticato di lui, nell’oblio in cui si perdono le forme e i desideri. Ma qualcosa mi ha fatto tornare, qualcosa che marcisce, si sfalda, cade a croste. Spero non sia il suo cranio, mi serve tutto intero.
Ecco la sua risata, poco lontano. Correggo la traiettoria e inizio a planare.
Vorrei non esistere.
Sono passati diciassette anni dal mattino in cui vide la luce che fa la morte quando si prende chi ami. Chiuse gli occhi, li riaprì, ed era notte. Dopo qualche ora si accorse che non era solo mentre tastava il buio in cerca di una cicatrice che segnasse la differenza tra occhi aperti e occhi spenti. Al suo fianco c’ero io, e quando mi vidi specchiato nella sua pupilla provai orgoglio, perché Antonio non ebbe paura.
Ecco il condominio. Punto il tetto della chiesa di fronte, afferro con gli artigli una grondaia e ripiego le ali sulla schiena. Da qui, la finestra del suo appartamento sembra come le altre: manca solo il riflesso arancione del tramonto che si alza dietro di me e infiamma le mie piume. Delle sagome si muovono oltre un telo di stoffa leggera massaggiato dal vento.
Sei cresciuto, Antonio. Sembri un uomo adesso. Ti ricordavo coi capelli più lunghi, e più magro. Ridi come se avessi dimenticato che quando i momenti muoiono fanno il suono del mio becco che ti bussa sullo sterno. Fa tenerezza il tuo coraggio, ma la tua resistenza mi delude.
Di lui non so più niente. Non so quello che conosce, ma sento le membrane del suo cuore sussultare per le cose nuove, le interiora farsi blu per il rimorso. Adesso, per esempio, mentre fa di no a un bicchiere di vino che gli viene offerto, sento che ha paura di essere rimasto solo. Vorrei sapere perché. Salto nel vuoto e spiego le ali, plano davanti alla finestra.
Antonio, ti ricordi di me?
Chissà se puoi sentire la mia voce, di nuovo.”

Citazione:
“Ora alle orecchie sento qualcosa di diverso da un formicolio, forse è uno sfarfallio, un dolore sinistro, è il caso di sedarlo con una pastiglia. Neanche il tempo di pensarci che glu, è già in pancia con le altre.
La vita è bella, la vita è uno scherzo, scherzare è bello. Che momenti ho passato con me, guarda, da berci sopra.
E allora bevi, caro Antonio, manda giù, e attento a non tagliarti le labbra con la lattina!
Ecco, ti sei tagliato?
Hai un taglietto sul labbro?
Ti fa male?
E prenditi un paio di pastiglie, che ti passa. Mandale giù. E non vomitare.
Hai paura?
Senti me: finisci la prima confezione, chiuditi a chiave con gli ultimi sforzi; ecco, bravo.
Hai finito la birra? Stappa la terza, su, con calma, prepara le altre pastiglie, che hai appena ruttato e fatto posto, puoi mandarne giù ancora. Si, così, tre in un colpo, e sei a diciassette, dovrebbe bastare, ma facciamo venti? Facciamo venti, come diceva Mauro?
Erano diciassette, aveva ragione l’avvoltoio. Diciassette anni, non venti come ha detto Mauro, ma tu gli hai fatto una promessa, risolvere tutto, ed eccoti, altre tre e sei a venti, bravo, venti e fine, finisce così, dai che lo scherzo è bello se dura poco, ora basta solo che non vomiti, piangere puoi farlo, sì, frigna senza urlare però, che Tiziano ti sente e si lamenta, lo disturbi; frigna nel cuscino, soffocati nell’acrilico, se vuoi puoi anche dire il suo nome, questo è il momento buono, forse l’ultimo.
Non vuoi?
Antonio, non vuoi dire il suo nome?
Dai, non fare quella faccia, pronuncia il suo nome. Provaci. Un ultimo sforzo, dopo diciassette anni. Di’ il suo nome!
Non risponde.
Antonio?
Non si muove.”

“Le stelle mobili del sottosuolo” di Enrico Prevedello, edizione Neo Edizioni. S(qui)libri.                                                           

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