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“Génie la matta” di Inès Cagnati: recensione libro

[𝙐𝙣 𝙨𝙞𝙡𝙚𝙣𝙯𝙞𝙤 𝙧𝙪𝙢𝙤𝙧𝙤𝙨𝙤]

Si potrebbe dire che questo libro sia una spugna imbevuta di dolore e tragedia che inizia a colare appena la si sfiora, e lo è.

Verrebbe quasi facile anche schierarsi nel sentire il racconto di questa bambina, vederla rincorrere la figura sfuggente della madre, elemosinare amore ed essere liquidata con un “non starmi sempre tra i piedi”, osservare il terrore costante dell’abbandono, e, nonostante tutto, adorare questa donna senza cedimento alcuno.

Che razza di madre, si potrebbe dire.
Ma, a poco a poco, Marie la Bastarda con nitide e semplici pennellate, come lo sono gli occhi dei bambini, con i suoi lirici leitmotiv, che sembrano intonare una canzone infinita di strofe e ritornelli, traccia i contorni della donna che l’ha generata, facendo vacillare ogni tipo di giudizio affrettato: una bimba felice e spensierata, cresciuta in una rispettabile famiglia e la sua inesorabile discesa verso l’inferno e l’emarginazione.

Una donna stuprata, ripudiata dal suo stesso sangue, tacciata di aver disonorato la famiglia opponendosi all’aborto. Nessuno capisce come abbia potuto tenere con sé il frutto del peccato e del dolore conscia di perdere anche la più piccola briciola di felicità. Génie la Matta la chiamano, perché non parla, non risponde, lavora soltanto, è lontana con la mente, confinata in una catapecchia, nella povertà e nella sporcizia, ai margini della società, costretta a fare la serva dove capita per sopravvivenza sua e della figlia.

Siamo proprio sicuri che non abbia amore dentro di lei? Oppure ne ha troppo? Silenzioso, ferito, tradito, abbandonato, rinchiuso in un corpo ammaccato che ha scelto di perdere tutto pur di mettere al mondo una vita.

inès Cagnati

“I suoi occhi avevano assunto il colore delle lacrime.
Diceva: “Non ho avuto niente, io.”

Io dicevo: “Hai me.”
Ma lei continuava a piangere.”

Questa continua contrapposizione madre-figlia: una massacrata dalle azioni di una società discutibile, l’altra ancora immacolata e fiduciosa nel prossimo (per il momento); una in continuo movimento, l’altra sempre in attesa di ritorni; una trattiene, l’altra esterna.

E non esiste uno schieramento in tutto questo, esiste quel senso di pietà verso qualcuno che tenta di proteggere la propria figlia da se stessa e dagli altri e che lavora incessantemente sognando un futuro differente, esiste la commozione verso il legittimo ed affamato bisogno d’amore che ogni bambino ha.

Esiste il silenzio e poi la voce, qui. Cosa si percepisce prima? Qual è il più forte e il più vero, un amore silenzioso o loquace? Io non trovo risposte e forse non ce ne sono nemmeno. Penso che l’amore abbia milioni di forme e modi per manifestarsi e che sia azzardato metterlo in dubbio se non aderisce al nostro modo di amare.

È una storia di esclusione e miseria, di abbandono e della paura di essere abbandonati, di rapporti viscerali, dell’ereditarietà che i destini a volte hanno, della corsa all’amore quando questo sembra sfuggirci sempre dalle mani, di come si possa amare in maniera differente rispetto alle aspettative ma, nonostante ciò, non è detto che non sia amore. Una storia che apre una voragine su una società che non educa ma giudica in base a regole poco umane ed improntate sulle apparenze.

“Una zingara, ecco cosa sei diventata. Hai disonorato la più bella famiglia della regione. E adesso, non contenta di aver partorito una bastarda, vai a metterti nella famiglia più sordida del paese. Ma sta’ attenta. Lo sai come ti chiamano tutti, Génie la matta. Génie la matta, niente male. Posso farti rinchiudere in manicomio. Una matta in libertà tutti la guardano. Ma una matta rinchiusa se la dimenticano.”

Per il mio gusto, uno dei libri più belli e struggenti degli ultimi tempi, benché lo stile di scrittura potrebbe non piacere a tutti.

“Génie la matta” di Inès Cagnati, Adelphi Edizioni. S(qui)libri.                                                           

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