“L’internato” di Sebastian Fitzek: la sospensione come dannazione

Ho incrociato la bibliografia di Sebastian Fitzek solo qualche mese fa con “Portami a casa” e ho scoperto un autore incalzante con una lunga lista di pubblicazioni molto apprezzate. Non centra completamente i miei gusti per via del fatto che la sua voglia di raggirare il lettore supera la volontà di trovare l’eleganza tipica delle storie in stato di grazia, ma è indubbio che dietro questo scrittore ci sia del talento, sia nell’architettare trame articolate sia nel gestirle.
Portami in una clinica
Till Berkhoff è un padre che non trova pace a causa della scomparsa del figlio. La polizia ha collegato la sparizione del piccolo Max alle attività di Guido Tramnitz un serial killer di bambini già arrestato. Ci sono dei riscontri, dei testimoni, ma nessun elemento concreto: per di più Tramnitz, dopo aver confessato alcuni omicidi ha escluso ogni coinvolgimento con Max.
Per Till questa incertezza è una dannazione.
Non che sarebbe stato più facile saperlo morto, ma il limbo tra la speranza e la rassegnazione in cui vive da circa un anno lo ha logorato a tal punto da fargli perdere tutto il resto. Il rapporto con la moglie e persino con la razionalità. È in questo stato d’animo che Till si rivolge a suo cognato ed ex poliziotto Skania. Dopo essere venuto a conoscenza della struttura in cui viene tenuto in custodia Tramnitz decide di tentare una missione suicida. Il piano è che Skania gli procuri un’identità valida per entrare in questo clinica specializzata in casi psichiatrici e violenti, in modo da poter avere un faccia a faccia con Tramnitz. Non per cerca vendetta, ma solo sollievo. Solo per poter conoscere le sorti del suo giovane figlio e quindi di ritrovare la pace di cui ha bisogno.
La chiave di accesso alla clinica è un uomo che risponde al nome di Patrick Winter, il quale durante il giorno di Halloween entra nell’asilo del figlio morto in un incidente per darsi fuoco davanti alle maestre e ai genitori. Una disgrazia, un colpo di fortuna. Ecco l’identità perfetta: un uomo con la testa bruciata e salvo per miracolo. Qualche falsificazione di Skania, e Till Berkhoff entra in clinica con il nome di Patrick Winter, un padre disperato almeno quanto lui.
Sospensione dell’incredulità
Per tutta la prima parte del romanzo non ho fatto altro che sbuffare “ma dai…”. Tutto troppo preciso, troppo predisposto (e i personaggi ben disposti), per aver la minima credibilità. Un piano miracoloso che lo porta esattamente dove vuole essere, sebbene le cose vadano storte già dal primo momento. Dopo essere stato sedato dai dottori, c’è giusto il tempo di ascoltare le regole della struttura che arriva la prima notte col suo carico di ossa spezzate. Till viene pestato dal compagno di una stanza in cui non sarebbe dovuto nemmeno essere. Diventa chiaro che qualcosa non torna e l’identità di Patrick Winter è presto messa in discussione. Forse non era il padre disperato che diceva Skania, perché qua dentro le chiacchiere dicono che sia l’assassino di suo figlio.
In poco tempo oltre alla sua identità vacilla pure la sicurezza dei suoi contatti all’esterno. Perché d’un tratto sembra che tutti lo abbiano voluto fregare? Chi era davvero Patrick Winter? Chi è davvero Skania? E che ruolo hanno i dottori in tutto questo? Perché sono così ambigui, perché tutti sembrano conoscere una verità che Till non è in grado di capire? E come può in mezzo a tutto questo portare ancora avanti il suo piano? Come potrà mai avvicinare Tramnitz senza rimetterci la vita?
Sospensione e soluzione
Dobbiamo aspettare i momenti finale per tirare le nostre conclusioni perché se per tutto il tempo non abbiamo fatto altro che borbottare, è alla fine che la storia prende la sua vera forma. Sebbene le tessere facciano parte di un puzzle fin troppo preciso, dove le coincidenze fortuite ci appaiono programmate più dall’autore che dai personaggi, strada facendo i dubbi che avevamo all’inizio si sciolgono come una medicina in un bicchiere d’acqua. Tutto quello che ci pareva assurdo e forzato e che non volevamo accettare ecco che prende un altro significato. Una volta fatto pace con l’autore, quindi, non resta che valutare la tenuta del romanzo.
Fiztek è abilissimo a gestire il ritmo, scrive in modo serrato facendoti girare una pagina dopo l’altra. Quello che dovete mettere in conto è che dovrete sostenere una storia cambia una pagina dopo l’altra. Potrebbe essere per voi un pregio come un difetto, a seconda del tipo di lettore che siete, ma forse ancora prima di lettura che cercate. La fine di ogni capitolo segna una storia è già diversa rispetto al precedente, che è già andata oltre. La sua corsa è fin troppo forsennata e non ci dà nemmeno modo di scivolare nella narrazione, di respirare la nuova realtà, che l’autore è già pronto a sovrascriverla di nuovo. Considero questo aspetto una sorta di pecca e di peccato, perché in qualche modo sposta l’attenzione dai drammi dei personaggi, ai meccanismi della narrazione. Un po’ come vedere una complicatissima scena di azione di cui non riesci a ignorare la computer grafica sbattuta a schermo. Non sono tanto Max, Till e Tramniz i protagonisti di questo libro, ma l’autore con la sua volontà di disorientarci continuamente. Alla fine resta qualche briciola di emozione, e un senso di soddisfazione diretto più verso l’autore che il romanzo.
“L’internato” di Sebastian Fitzek, Fazi Editore – Collana Darkside – 2026. Malditesto.




