Libri in pillole

“Stabat Mater” di Tiziano Scarpa: il libro vincitore del Premio Strega 2009

Mi sono avvicinato a Stabat Mater di Tiziano Scarpa senza leggere prima né la quarta di copertina né informazioni sul romanzo, se non quella che nel 2009 vinse il Premio Strega. Sapevo, però, che Scarpa appartiene a quella generazione di autori definiti “Cannibali”, della quale fanno parte, tra gli altri, anche Niccolò Ammaniti, Isabella Santacroce e Aldo Nove. E dal momento che ho sempre apprezzato quel tipo di letteratura nata nella seconda metà degli anni Novanta ho iniziato questa lettura con aspettative piuttosto alte, pur non sapendo esattamente a cosa sarei andato incontro.

E ho avuto subito una prima sorpresa: sono bastate le primissime pagine, infatti, per ritrovarmi immerso, o forse quasi incastrato, nella semioscurità di un orfanotrofio, dove a farmi strada lungo corridoi bui e quasi sinistri ho trovato Cecilia, la protagonista del romanzo, una ragazza di sedici anni che vive in questa sorta di collegio di suore fin da quando ne ha memoria. Non è sola, ma condivide quello spazio con altre orfane: eppure la sensazione è che sia avvolta da un profondo senso di solitudine, come se la sua esistenza fosse incastonata tra mura troppo alte, che tolgono quasi il respiro. Un isolamento che, con il passare del tempo e con la crescente consapevolezza della propria condizione, finisce per schiacciarla sempre di più, alimentando il bisogno di dare un volto in primo luogo a sé stessa, poi anche alla propria storia personale.

Ne esce fuori, pertanto, un racconto in prima persona, che ben presto si trasforma in una lunga confessione: Cecilia inizia a scrivere lettere alla madre mai conosciuta, nelle quali riversa tutta la propria inquietudine, che scaturisce, da una parte, dall’ossessione di conoscere di chi l’ha generata e le ragioni dell’abbandono, dall’altra, da un’adolescenza che inizia a risvegliare corpo, sentimenti e il desiderio di allargare gli orizzonti per far entrare finalmente aria e luce in una vita rimasta troppo a lungo immobile e rinchiusa.

Poi, però, arriva la musica, perché Cecilia e le altre ragazze suonano nell’orchestra del collegio, e sarà proprio la musica a diventare lo strumento attraverso il quale esprimere ciò che le parole non riescono a pronunciare: il bisogno di libertà, di scoprire la vita al di là di quelle mura, l’urgente necessità di potersi conoscere al di fuori di quella sorta di gabbia costituita da veli, maschere, regole e imposizioni. Specifico, però, che non è un romanzo che punta il dito sulla severità delle suore che, anzi, si dimostrano aperte al dialogo e alla comprensione, ma è proprio una storia di ricostruzione personale, di necessità inizialmente soffocate che poi emergono gradualmente e inevitabilmente, anche grazie all’impulso di un nuovo maestro di musica che arriverà all’Ospedale: Don Antonio.

Come spesso faccio, una volta terminata la lettura ho approfondito il contesto raccontato dal libro e ho scoperto che il collegio di Stabat Mater è ispirato al Pio Ospedale della Pietà di Venezia, dove nel Settecento furono accolte e istruite centinaia di bambine, molte delle quali destinate a diventare musiciste di straordinario talento. Ma soprattutto, che quel Don Antonio, che nel romanzo guida Cecilia verso una nuova consapevolezza è, in realtà, Antonio Vivaldi, maestro di violino e compositore, che proprio alla Pietà trascorse buona parte della sua vita. Non è un dettaglio che cambia il senso del romanzo, ma chiaramente contribuisce a renderlo senza dubbio ancora più interessante, perché, almeno personalmente, ho interpretato Stabat Mater come una delicata ma al contempo efficace riflessione sulla libertà, sul desiderio di trovare un’identità quando tutto intorno, invece, sembra che contribuisca a farla sbiadire.

E no, quel legame con la letteratura Cannibale a cui ho accennato all’inizio, alla fine, si è rivelato inesistente, nel senso che Scarpa con Stabat Mater costruisce un romanzo che sembra andare in direzione opposta rispetto a quella narrativa costruita sugli eccessi, optando, invece, per un romanzo in cui la tensione nasce dal silenzio e dalle riflessioni interiori della protagonista.

“Stabat Mater” di Tiziano Scarpa, edizioni Einaudi.

Alessandro Oricchio

Dottorando in studi politici Sapienza Università di Roma, speaker di Teleradiostereo, giornalista pubblicista iscritto all'Odg del Lazio. Amante dei libri, dei viaggi, del calcio, della lingua spagnola, del mare e della cacio e pepe.

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