“Sopravvivere non basta” di Dianora Tinti: una storia intensa tra dramma storico e segreti di famiglia

Non si può portare il silenzio per sempre. Ci sono storie tremende, squarci di vita, che spazzano un’esistenza intera, che restano nel fondo dei pozzi abbandonati. Eppure, da lì dentro riemerge il passato anche se non lo vuoi. Arriva il momento in cui la realtà ti mette con le spalle al muro e devi fare i conti con quello che hai cercato di dimenticare. Ti sei protetto mettendo da parte le brutture, i segreti, la vergogna e ciò che di indicibile ne segue. Ti va bene fino ad un certo punto, poi le cose precipitano. Allora, devi affrontare il vociare che arriva da lontano, che parla di storie alle quali è difficile credere ma che hanno l’appiglio dei riscontri, delle testimonianze.
Precipiti così nell’aspetto più crudele di fatti che portano la firma delle responsabilità, frutto dell’ostinata convinzione di essere nel giusto. E quando quel giusto invece è il male che appesta l’aria, l’ideologia, la sicurezza e l’identità di un popolo, allora la questione è ancora più complicata. Se in quel filo di storia compare anche la tua famiglia, senza saperne niente perché ti hanno nascosto tutto, il binario da prendere è uno solo. Non si può fare finta di nulla, soccombere alla verità che va cercata e accettata. Solo in questo modo il peso del silenzio sarà meno gravoso, pur con le importanti criticità che si porta dietro. Certi fatti sono insuperabili per quello che hanno arrecato agli altri, ma sapere è fondamentale. A volte vivere significa saper sopravvivere e sopravvivere non è sufficiente e non ti salva dal passato e da ciò che il presente può portare in una storia immersa nel vortice di segreti, di terrore.
In Sopravvivere non basta di Dianora Tinti, edito da Piemme, conosci una storia che viene da lontano. Esattamente come l’anello d’oro che Frida Hoppie consegna alla vecchia amica Lina, dopo settant’anni di silenzio, chiedendole di custodirlo. Frida è una sopravvissuta. Nata a Berlino in una famiglia ebrea benestante, ha vissuto violenza e atrocità. Ha passato gli ultimi mesi della guerra nel Salento, a Santa Maria al Bagno. Nel 1947 lì c’era un campo per i rifugiati. Lì ha trovato il suo posto, insieme alla madre, ha trovato gli amici e ha avuto il coraggio di ricominciare. Pur lontana dalla guerra e dall’incubo, un sospetto ha continuato a perseguitarla. Riguarda i suoi genitori, Gerda e Bernhard, medici dell’Ospedale Ebraico di Berlino. Il padre e la madre sono inspiegabilmente risparmiati dalla furia nazista, mentre tutti e tutto attorno a loro viene distrutto. Dopo la morte di Frida, sarà sua nipote Chiara a riprendere i fili di questa storia fatta di segreti, di crudeltà, di amicizia e di sopravvivenza.
Il romanzo è intenso. La storia passa dagli angoli più remoti di fatti che hanno segnato la Storia. La narrazione è così intima, emotiva, che assorbi ogni singola parola, ma respiri pure la paura, il coraggio. La scrittura è la sintesi di una verità corale.




