Distruggere quello che si è scritto può essere una necessità. Non ritrovarsi più in quello che si è lasciato su carta porta al rifiuto dell’emotività che alimenta pensieri e scelte. Negare quella vitalità che nelle viscere ha varie tinte, dalle più fosche alle più vivaci, significa diventare l’ombra delle idee, prima di farsi sostanza. Sulle pagine non si è se stessi.

In L’ombra del vento di Carlos Ruiz Zafόn vivi la passione per i libri e lo strazio di essere l’unico, o quasi, lettore di te stesso. Uno scrittore fallito, un morto di fame, che però non si lascia perire dall’amore per la scrittura. Il tormento è in ciò che vive dentro alle parole che sgorgano da pensieri lontani, da ricordi soffocanti. Barcellona, 1945. Il proprietario di una libreria di testi usati porta il figlio, Daniel, al Cimitero dei Libri Dimenticati. Nel luogo segreto, il ragazzo prende un libro “maledetto”, lui non lo sa ancora. Il romanzo gli cambierà la vita portandolo in un labirinto di misteri, di intrighi e di scandali. Dal passato emerge una storia che, mescolata con quella di Daniel, ha dell’incredibile, di amori impossibili e impensabili e di un segreto custodito in una villa.
Il romanzo è bellissimo. La narrazione lascia il lettore con il fiato sospeso per un turbinio di stati d’animo e per la sorpresa, poi, di sapere come si è diramata sino alla fine. La storia, pur nella sua complessità di personaggi, di intrighi, di mistero, di segreti, è lineare tanto che, nella lettura, non ci si dimentica nulla. Lo stile è affascinante. Lo scrittore, semplicemente, incanta.
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“L’ombra del vento” di Carlos Ruiz Zafόn, Edizioni Mondadori. Dream Book.




