Anonima Lettrice Italiana

“Noi eravamo il male” di Alison C.: recensione libro

La prefazione di Noi eravamo il male di Alison C. introduce ai lettori l’aspetto principale della narrazione: si tratta di una storia dolorosamente vera. Il libro ci traghetta infatti in una traversata attraverso la vita e la famiglia della giovanissima protagonista, entrambe funestate – e costantemente minacciate – dalla malattia mentale di sua madre. Dalla semplice incontinenza verbale alle aggressioni psicologiche fino a quelle fisiche, agli incendi appiccati in momenti maniacali, alle grida, i calci, i pugni; arriviamo così al cedimento strutturale dei pochi pezzi di sostegno che restano ad Alison, fino alla rinascita annunciata dal titolo. Una sorta di lieto fine è tra l’altro già assicurato dalla prefazione stessa, che come dicevamo ci prega di sospendere ogni giudizio fino all’ultima riga.

Parlarne male è necessario, ma scriverne bene è difficile

La letteratura relativa alle carenze del caregiver si fa sempre più vasta vieppiù che i tempi cambiano, e la sopportazione dell’impossibile e di abusi più o meno profondi diminuisce (e per fortuna): ma anche a fronte di un tema delicatissimo e sempre di grande appeal nella comunità dei lettori, l’impressione è che la letteratura italiana sia sempre alla ricerca della propria identità. Più l’autore si rivela geniale e denso nella sua formazione e nel suo carattere d’artista, più questa identità agisce e vive di volontà propria. In caso contrario si va a pesca di televisionismi, americanismi, locuzioni da soap argentina o teens movie. Senza un’adeguatamente intensa formazione (a suon di letture anche ostiche ma varie: secche che asciughino, dense che formino) o un’illuminazione definitiva, non si esce dalla struttura a tema, pur ordinata e ripulita.

Se la missione dell’autore cambia, da ispirazione a trasposizione

Ho da poco letto “Chiedi perdono”, che mi ha talmente straziata da non poterne parlarne (troppo immenso per essere censito e troppo doloroso per essere ripensato). Forse per questo sento che davanti a certi argomenti la nostra narrativa sia sensibile al morbo e non alla pietà; il blog e la fiction dalla descrizione esatta prendono il posto dell’evocazione (dettagli estetici, descrizioni piene di aggettivi, figure retoriche, bambini che metabolizzano il male puntuali come un metronomo e a cinque anni hanno una sintassi da ginnasio). La scelta della prima persona, inoltre – eccetto i casi alla Bree Tanner – poco lascia all’immaginazione sull’epilogo, come il titolo al passato. Probabilmente è il retaggio dell’immedesimazione, che però può essere veicolata anche dalla classica terza persona; questo vale soprattutto se poi non si riesce a distaccarsi dalla propria identità adulta, quando invece di sceglie di rappresentare e dare voce a un cervello infantile.

Autopsia del disagio o indagine in tempo reale? Con la prima è difficile il focus, la seconda pretende quasi una doppia personalità

L’arma principale del libro è l’empatia per il terribile vissuto di Alison, ma se le sue parole sono un lucido giudizio continuo su ciò che accade, è come se non avesse bisogno di me che leggo, temo, spero e confido; lei sa esattamente cosa succede, lo processa come un’adulta ad ogni riga fra mille spiegazioni. Non c’è nulla per la mia paura, non mi lascia niente da augurarmi o da fraintendere. Osservare un dolore così esibito ma già passato in giudicato è come guardare punti di sutura asciutti, pur malmessi; la storia di quella ferita non coinvolge, e che abbia fatto male nemmeno interessa più. Diverso sarebbe un reportage, ma questa è fiction, e gli schemi di confronto sono gli stessi usati per un libro ispirato invece che vissuto. D’altro canto è complicato pretendere distacco da chi abbia vissuto i fatti narrati, quasi una dissociazione; è molto, molto spinoso.

Quando si legge “tratto da una storia vera”, si naviga a vista

Il lettore batte bandiera anarchica, ma la misericordia personale è imperativa

Molto meglio la narrazione in crescita, che piano piano diventa coerente con l’età narrata. Finalmente da un certo punto in poi le parole si fanno meno dizionarie, gli approfondimenti dentro ogni frase meno certosini. Anche la crudeltà narrata diviene più densa, appunto, meno scenica rispetto all’inizio, dove invece la si ritraeva prendendo spunto da impressionismi filocinematografici. Questi troppo devono al doppiaggio teatrale e di bella maniera; è a causa sua e di ciò che da esso abbiamo mutuato alla letteratura, che siamo tuttora convinti che anche nei momenti più duri della nostra vita non possiamo mai perdere l’aplomb di una corretta pronunzia e di un eloquio ricco e disinvolto.

Cresce il protagonista, cresce la storia

Fra gli altri punti positivi di questo romanzo, c’è una madre per il ruolo iniziale di “cattiva” o per meglio dire fonte dei problemi (seppur involontaria, giacché malata) e non il padre; questa solitamente sarebbe una decisione facile per una cultura da liberazione femminile sempre in ritardo. Invece qui c’è un nemico incolpevole, impossibile da combattere in quanto anche oggetto del desiderio mancato. Ma è anche  impossibile desiderarlo, perché troppo, troppo pericoloso – oltreché manchevole, e generatore di nuovi disattesi desideri, quelli della normalità. Anche il titolo è una scelta azzeccata ed evocativa del guano in cui si trovano gli innocenti fin troppo spesso, seppur coniugato in una forma temporale che non lascia nulla alla suspense.

Un buon dono per un iniziare un teenager all’empatia

Ha riscontrato un certo successo di pubblico fra i recensori giovani, i quali si sono sentiti confortati dalla possibilità di una rinascita post-traumatica (quanti ragazzini hanno passato e passano attraverso situazioni simili? Non vogliamo pensarci perché stiamo comodi nel benaltrismo, e così facendo siamo parte di un problema capillare) e universalmente rappresentati da una narrazione anonima: Alison C. è un buon profilo per speculari prodotti futuri, e spero che trovi nelle mie parole più consigli letterari che giudizi. Spero anche che sappia che quando si decostruisce un libro per recensirlo, pur nato da una storia vera, è della fiction che si parla, perché come tale è giunta alla nostra valutazione; non del caso in sé, e mai, mai, dell’esperienza personale di chi ci sta dietro, per la quale posso solo scusarmi a nome di tutti gli ignavi, e della sua irripetibile umanità.

“La depressione posò gli occhi su di lei e andò a bussare alla sua porta. Lei aprì.”

Noi eravamo il male. Rinascere da una famiglia complicata” di Alison C., Panda Edizioni, 2020. Anonima Lettrice Italiana.

Ali

Leggo, scrivo, parlo, ma soprattutto parlo. E poi leggo e scrivo.

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