A voice from apart

“Soho” di Richard Scott: recensione libro

Parlare di poesia trovo non sia mai facile, perché le poesie sono vite condensate che richiedono al lettore almeno due passaggi impegnativi: entrare in quella complessità contratta e uscirne dopo aver disteso le pieghe, dopo aver spiegato, appunto, a sé stessi quella complessità. La lettura di “Soho” di Richard Scott, raccolta di poesie in un qualche modo intimamente collegate al quartiere londinese – Soho, appunto –, noto per essere in particolare il quartiere gay di Londra, mi ha portato innanzitutto a chiedermi che cosa è poesia, oggi; domanda a cui non mi sento di rispondere, non mi sento cioè di delineare dei confini, di chiudere questa splendida arte nella gabbia di una definizione troppo stretta. E poi, nell’atto di interpretare quella complessità, riflessa nelle sue poesie, Scott, in modo prepotente e sempre onesto, mi ha fatto esperire la sua vita senza mediazioni, così, direttamente, senza protezioni.

“Soho” di Richard Scott mi è parsa essere una risposta a una mancanza…

Leggendo “Soho” non ho potuto non convincermi del fatto che questa raccolta penso possa rappresentare una risposta alla mancanza di cui Scott ci parla nella prima poesia di questa raccolta – “Public Library, 1998”:

 

Public Library, 1998

 

In the library where there is not one gay poem,

not even Cavafy eyeing his grappa-sozzled lads – I

open again the Golden Treasury of Verse and write                    COCK

 

in the margin. Ink stains my fingers. Words stretch to

diagrams, birth beards and thighs, shoulders, fourgies.

One biro-boy rubs his hard-on against the body of a

 

sonnet, another bares his hole beside some Larkin. A blue

sailor spooges over Canto XII. Then I see it – nestled like a

mushroom in moss, tongue-true and vaunt – a queer subtext

 

and my pen becomes an indigo highlighter inking up what

the editor could not, would not – the violet hour of these

men hidden deep within verse. I underline those that nature,

 

not the printer, had prick’d out; rimming each delicate

stanza in cerulean, illuminating the readers-to-come…

… colmata con le pagine dalle quali è composta la sua raccolta di poesie 

Quel vuoto non è riempito solo dall’appunto ardito – “CAZZO” – sul margine dell’antologia “Golden Treasury of Verse”, in quella biblioteca pubblica che, nonostante abbia espunto qualunque ‘poesia gay’, è vissuta da esseri umani che lo sono – effettivamente, in questa poesia Richard Scott sembra voler mostrare che, se nei libri della biblioteca non c’è alcun riferimento a ‘poesie gay’, di queste, ben più “vive”, se ne possono ricavare dalla vita vera! –, ma, soprattutto, quel vuoto, Scott lo riempie con le pagine successive della sua raccolta dal titolo “Soho”.

La poesia di Richard Scott

Richard Scott
(Fonte: www.theprickle.org)

Ora, la poesia di Scott è piena di colori, di carne, di passioni, sporcizia, nudità, di aperture e di chiusure; la sua poesia è esplicita come non potete immaginare, sfacciata e priva di virginali paludamenti letterari: è tutta esposizione. La sua poesia, anche se pare banale dirlo, riflette Scott: i suoi pensieri, le sue emozioni, le sue esperienze. Non immaginatevi assolutamente, quindi, belle rime e versi infiocchettati; non immaginatevi nel modo più assoluto contatti umani espressi in una forma troppo aulica da renderli innaturalmente eterei né dovete immaginarvi scene di vita così edulcorate da rasentare l’irrealtà. La poesia di Scott è vita terrena espressa con la stessa ruvidezza, la stessa polverosità, la stessa impurità della terra. E come accade al contatto con la terra, la poesia di Scott ti sporca, ma ti sporca di quella vita dalle miriadi di tonalità, di quella vita così vivida e non sempre facile; in poche parole: ti sporca di vita vissuta senza che a te arrivi filtrata in qualche modo.

Che cosa ci vuole dire con la sua raccolta di poesie – “Soho” -, Richard Scott?

L’intento di Scott, che ho potuto scorgere, infatti, non è quello di far sì che il lettore ricavi pagliuzze d’oro – filtrando le impurità – dalla lettura della sua raccolta, ma è quello di far sentire al lettore com’è la vita quando pagliuzze d’oro e impurità (che impurità non sono davvero) sono frammiste. Quello che Scott fa, in altri termini, è evidenziare «l’ora viola di questi / uomini nascosti nel profondo dei versi», come ricorda appunto in “Public Library, 1998”, mettendo in primis in evidenza la sua ‘ora viola’. Il fine è chiaro: questo palcoscenico in cui Richard Scott ci si dà, gli consente di mostrare, e affermare senza trepidazione né vergogna o pudicizia, che, come scrive in “Reportage”, «anch’io sono nato in questo mondo per avere / lo sporco sulle ginocchia, la saliva di un altro uomo in bocca».

Un appello finale a qualche editore coraggioso 

Nel suggerirvene la lettura, faccio appello a qualche editore coraggioso che possa portare questa interessante raccolta di poesie anche qui in Italia. Vi è qualcuno in ascolto?

“Soho” di Richard Scott, edizioni Faber&Faber Editore. A voice from apart.

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