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“La torre” di Bae Myung-hoon: recensione libro

“La torre” di Bae Myung-hoon, autore sudcoreano tra i più famosi in patria, s’inserisce nel solco, ormai caratteristico per la Corea del Sud, di quella letteratura fantascientifica che intende fornire una chiave di lettura per la contemporaneità, uno sguardo attento cioè a quelli che sono o potrebbero essere i cambiamenti e le evoluzioni sociali, sviluppando nel lettore riflessioni e preoccupazioni di un certo peso su sé stessi e sulla società nella quale vive (o potrebbe vivere).

“La torre” di Bae Myung-hoon: una collezione di storie interconnesse che si sviluppano secondo un gioco di specchi tra il piano individuale e il piano sociale 

Il libro si presenta come una collezione di storie tutte interconnesse tra di loro e in cui la narrazione si sviluppa secondo un gioco di specchi tra il piano individuale – le vite dei protagonisti di quelle stesse storie, abitanti della torre (o Beanstalk) – e il piano sociale – ossia l’insieme delle dinamiche sociali, economiche, di potere che nella torre hanno luogo. Quindi, mano a mano che seguiamo le vite di alcuni beanstalkiani, acquisiamo allo stesso tempo elementi di conoscenza sempre nuovi e diversi sulla torre, che, come pezzi di un puzzle adeguatamente incastrati, alla fine, ci restituiscono un’immagine nitida di che cosa essa sia e di come funzioni. Direi perciò che al cuore dell’opera c’è lei: la Beanstalk, un edificio di 674 piani e 500.000 abitanti; una realtà che è riuscita ad acquisire lo status di Stato indipendente; una società inevitabilmente complessa e variegata (e anche un po’ assurda).

La critica al paradigma economico capitalista di stampo neoliberista

Bae Myung-hoon ha affermato che un aspetto di grande importanza nella sua narrazione è il rapporto tra individuo e spazio (sia esso sociale o fisico). Ebbene, proprio nel mezzo di questo rapporto si inseriscono una serie di dinamiche economiche, politiche e sociali che, in modo vicendevole, per la verità, influenzano l’uno e l’altro. “La torre”, allora, problematizza e critica, sul versante economico, il paradigma capitalista di stampo neoliberista in un doppio senso, almeno: sia come paradigma che configura ogni cosa come merce – esemplificativo, a tal proposito, questo passo: «Non poteva negare che [la Beanstalk] fosse una sorta di luogo simbolo del capitalismo contemporaneo, e che l’intera dimensione spazio-temporale fosse stata commercializzata senza lasciare il minimo spiraglio» – sia come paradigma economico intrinsecamente instabile, incline perciò a generare crisi di varia natura (immobiliare, finanziaria, etc.).

Ne “La torre”, i pericoli e le dinamiche del potere, inteso come “energia pervasiva”, rappresentano un tema importante 

Ma è il versante politico-sociale che gioca un ruolo essenziale nella critica che Bae Myung-hoon realizza con “La torre”; è il potere, infatti, inteso quasi come un’energia pervasiva che occupa ogni centimetro della torre e agisce su tutti (persone e animali che siano), a svolgere un ruolo da protagonista in quel rapporto tra individuo e spazio a cui più sopra facevo cenno. Chi detiene potere cerca continuamente di acquisirne ancora, accentrandolo il più possibile nelle proprie mani, tentando altresì di eliminare i nemici, gli oppositori senza spargere sangue, attraverso piuttosto metodi subdoli e, forse, ben più efficaci. È molto chiaro questo punto già dalla prima storia raccontata ne “La torre” – dal titolo “L’epifania dei tre ricercatori (con e senza cane)” – in cui, a un certo punto, si legge di come l’arte dei “Poteri invisibili della società civile” sia «fare in modo che colui a cui vuoi sottrarre qualcosa te lo consegni volontariamente, senza bisogno di ordini o minacce. La magia per cui non servono istruzioni dall’alto: qualcuno eliminerà il nemico politico e imbavaglierà le voci critiche come omaggio spontaneo. La misteriosa autorità in base alla quale chi governa può dire la prima cosa che gli passa per la testa, tanto gli organi di governo la giustificheranno e la razionalizzeranno di propria iniziativa. Il potere che in quanto invisibile non può mai essere chiamato in causa, anche quando si macchia di azioni ignobili. Un campo di potere non manda sicari. Tipicamente non si sporca le mani di sangue. Piuttosto, agisce in modo che il nemico estragga il proprio coltello e colpisca a morte la sua stessa vita politica e sociale».

Nello stile narrativo di Bae Myung-hoon caratteristico è il suo interrogarsi sempre sul lato etico delle relazioni umane, dato un certo contesto

Bae Myung-hoon
(Fonte: www.unive.it)

Nello scenario, articolato e complesso, tratteggiato da Bae Myung-hoon ne “La torre” non stupisce allora che un’attenzione particolare egli la riservi all’esplorazione del lato etico delle relazioni umane in un contesto (economico e socio-politico, appunto) che sfida questo stesso lato, questa stessa dimensione. La corruzione, i “regalini”, l’assoggettamento a pratiche eticamente scorrette, come, per fare un esempio, quelle di cui sono destinatari i tre ricercatori nella prima storia, che vengono assunti ma non pagati dal Professor Jeong, capo dell’Istituto Beanstalk per la Ricerca sui Poteri Invisibili, e ciononostante impossibilitati a lamentarsi per non «dire addio al mondo accademico», sono tutte conseguenze di quell’intreccio perverso di economia e “centri di potere” che caratterizzano la Beanstalk.

“La torre” racconta di una società non così diversa da quella attuale (con elementi di assurdo, pure questi molto reali) ed è questo a rappresentare l’elemento di originalità dell’opera di Bae Myung-hoon

Eppure la Beanstalk, e me ne rendevo conto a mano a mano che leggevo le vicende che in essa avevano luogo, non mi è sembrata così diversa dalla società attuale. Questo è secondo me un aspetto di originalità dell’opera di Bae Myung-hoon: lui ci ha ricordato che non è necessario scomodare troppa fantascienza perché si possa riuscire ad avere maggiore consapevolezza di ciò che non funziona nella nostra società. Lo «straniamento cognitivo», per citare Darko Suvin, creatore di una definizione di fantascienza tra le più fortunate, può essere generato anche osservando una realtà, descritta nell’opera che stiamo leggendo, non così diversa da quella che viviamo, semplicemente facendo emergere in modo più deciso, vivido, precipuo i problemi che la affliggono. A ciò si aggiunge ne “La torre” l’assurdo – dal cane-sindaco all’intervista appunto assurda all’attore P (lo stesso cane-sindaco) – che attraversa buona parte della narrazione, rendendola addirittura – e ciò può parere davvero assurdo – reale e attuale più che finzionale. Come non essere d’accordo, infatti, con le parole che si trovano alla fine della storia di Min-so, protagonista di “Mancata consegna nel Taklamakan”, quando si dice: «Ma forse era sempre stato così. Forse il mondo era un posto assurdo anche quando muoveva perfettamente le gambe e aveva tutti i sensi a posto»?

“La torre” parla, dunque, di noi; siamo pronti a tendere l’orecchio al suo discorso?

La distopia di Bae Myung-hoon ci fa dono, nonostante lo proietti in un futuro non ben precisato e nella “ristrettezza” di un unico edificio, di un quadro della società contemporanea o prossima di modo che noi si possa riflettere su noi stessi e la realtà in cui viviamo. Dalla Corea del Sud arriva perciò un’opera che, attraverso uno sguardo socio-antropologico, rileva alcuni problemi della nostra società. “La torre” parla, dunque, di noi; siamo pronti a tendere l’orecchio al suo discorso?

 

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“La torre” di Bae Myung-hoon, edizioni add Editore. A voice from apart.

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