A Garamond Type

“Il grembo paterno” di Chiara Gamberale: recensione libro

Galleggiare nel liquido amniotico pagina dopo pagina dopo pagina: è questo l’effetto della lettura de IL GREMBO PATERNO, l’ultimo romanzo di Chiara Gamberale, che racconta giorno dopo giorno dopo giorno la storia d’amore tra Adele, quarantenne, mamma single di Frida, e Nicola, pediatra, sposato con figli, l’uomo che bussa al suo sangue e che la rimanda laggiù, alla storia d’amore primitiva tra i suoi genitori e tra lei e i suoi genitori, soprattutto uno dei due, il padre, Rocco.
Rocco è Edipo, Nicola è Narciso, e intorno a loro ruota la protagonista, in un loop difficile da spezzare, mentre si pone le domande chiave sull’amore, sulle relazioni, sulla crescita.

“L’acqua l’accarezzava perdonandole tutto, come solo prima di esistere succede, come solo nel grembo materno. 
Nel grembo paterno.
Dove galleggiamo quando ancora non siamo successi, nella pancia delle donne, nelle menti degli uomini che ci aspettano e che, si si perdonano di farci venire al mondo senza avercelo chiesto, in quei nove mesi devono per forza promettere a noi che tutti ci perdoneranno, che basterà l’amore, l’amore sistemerà sempre quello che sbagliamo.
Almeno fino a quando non si sfascia.”

Adele, Signorina Ancora Senzaniente

La famiglia di Adele è detta dei Senzaniente, che c’hanno tutto ma sempre Senzaniente rimangono. Gente che a furia di non parlare delle cose belle, quando davvero capitano non sanno cosa farsene. E uno stigma siffatto segna per sempre, eccome se lo fa.
Gente che si ritrova attorno alla tavola e che per non parlarsi davvero sente solo il Plaff della pasta nel piatto. Il rapporto conflittuale che Adele ha con il cibo nasce da lì: ci sono l’Adele Magra e l’Adele Grassa che finiscono in una clinica specializzata in disturbi alimentari, c’è l’incomprensione del problema da parte del padre, che pensa che per stare bene basti studiare, basti sempre piegarsi al Dovere, basti non amare davvero la moglie mantenendo però una famiglia tradizionale di facciata, basti avere un’altra donna, basti non accorgersi che l’unica donna per lui vuole essere proprio lei, Adele, che desidera sempre quello che desidera lui e non esce così dal grembo paterno, incastrata in un’Adelescenza messa in piazza in un programma televisivo che fa seicentomila spettatori a puntata, ma “che seicentomila persone possano sembrare meno di due, se si tratta delle due che chiamiamo mamma e papà” (la televisione sempre accesa, sempre presente, rappresenta uno status symbol, rappresenta la dicotomia tra il Falso Sé e il Vero Sé, e verrà poi soppiantata dal web di una youtuber) fino all’avvento di Adele Madre.

“Tutto bene, Ade’?”

Che sentendo Nicola, il pediatra di sua figlia Frida, dire “Tutto bene, Ade’?” viene riportata nelle braccia della famiglia, del padre che la chiamava così, ma si trova poi a ricoprire a sua volta il ruolo dell’Altra e a vedere tutta la sua esistenza da un altro punto di vista, che si rivelerà salvifico, nel corso di una notte fatale sulla soglia dell’avvento del Covid nelle nostre vite, pandemia che rimane sullo sfondo del romanzo, come il suono delle sirene delle ambulanze.

Diventare madre

Diventare madre è per Adele l’occasione di capire che donarsi a un altro essere umano è l’unica via per accogliere anche se stessa e permettersi di non vedere più le presenze che hanno popolato la sua eterna adelescenza/adolescenza, ossia le assenze che di fatto che prendono corpo perché sono “tutte le cose di cui non si può parlare e le persone che non possono essere nominate, altrimenti l’equilibrio crollerà.”
Permettersi  di non provare più quella “nostalgia … per le cose quando non sono ancora successe.”
Permettersi di non sentire un’onnipresente umidità.
Permettersi di riconoscere che, di fronte all’innamoramento del padre-nonno per Frida, può essere l’Adele E Basta che afferma “avrei dovuto sentirmi tradita da mio padre, persa… E invece sento che se lui non mi avesse lasciata per mia figlia, appena è nata, non sarei mai riuscita a desiderare di tenere stretto un uomo come mi era sembrato Nicola, così diverso da tutti gli altri uomini che avevo conosciuto e con cui potevo al massimo mettere le corna a mio padre.” 

“Conosci te stesso”

Alla presentazione a BookCity Milano Vittorio Lingiardi è stato d’accordo sull’affermazione dell’autrice di credere di meritare una laurea honoris causa in Psicologia, il suo romanzo è pagina dopo pagina dopo pagina un ottimo esercizio di analisi su due piani temporali e con due registri linguistici.

E la coazione a ripetere per Chiara Gamberale si spezza proprio attraverso la scrittura: questo libro dopo la nascita della figlia Vita, oggi quattrenne, le è stato difficile da scrivere, ha dovuto trovare la giusta chiave per farlo e poi è stato un flusso di coscienza che, dice, l’ha cambiata fino a salvarle la vita, dandole l’opportunità di mettere nero su bianco il “conosci te stesso.”

“Ci si ammala giorno dopo giorno dopo giorno.
E così si guarisce.”

Il grembo paterno” di Chiara GamberaleFeltrinelli. A Garamond Type.

Laura Busnelli

Commercialista “pentita”, ho maturato anche un’esperienza pluriennale in Sony. Lettrice appassionata e tuttologa, all’alba dei quarant’anni mi sono scoperta scrittrice, dopo essermi occupata di correzione bozze ed editing. Sono stata anche una libraia indipendente per tre anni. E rimarrò una libraia per sempre. Operatrice culturale, racconto il mondo dei libri online, tengo una rubrica su libri a tema animali su RadioBau & Co. (web radio del gruppo Mediaset) e collaboro con l'associazione culturale "Librai in corso" nell’organizzazione di eventi. La mia rubrica qui si chiama "A Garamond Type" perché il Garamond è il carattere adottato per quasi tutti i libri italiani e Type sta sia per carattere, font, sia per tizio. E la tizia sarei io.

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