“Canne al vento” di Grazia Deledda

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Forse non dovrei essere così brusca, ma dovresti leggere questo romanzo, “canne al vento”, soprattutto per Efisio, il protagonista (credo si possa definire così?). In realtà, nell’intero romanzo della Deledda, è chiamato solo Efix, e si tratta probabilmente del personaggio apparentemente più insignificante: un servo; in particolare: il fedele servitore di casa Pintor, la famiglia che taglierà le pagine del libro dall’inizio alla fine. Scoprirai molto presto che di quella famiglia sono rimaste solo tre sorelle, Noemi, Ester e Ruth, di personalità volutamente molto distanti, sicché ognuna dà un contributo differente alla storia, ognuna molto personale, e spesso molto timido. Sono tre casalinghe, o più precisamente, tre anime della loro casa che, nella solitudine, si avviano alla vecchiezza.
In effetti le quinte della vicenda che muoverà l’intero libro ruotano attorno alla quarta sorella, Lia, che, scappata molto tempo prima dalle grinfie delle stagnanti dinamiche familiari, completamente soggiogate alla volontà paterna, cerca di ricostruirsi una vita, non troppo lontana dal villaggio sardo in cui era cresciuta.
Con queste premesse, che lasciano in sospeso molti punti interrogativi, il vero punto nevralgico può introdursi: Giacinto. Figlio di Lia, è sempre cresciuto senza sapere nulla delle sue tre zie, di chi fossero, di come vivessero, limitandosi a scambiare qualche intermittenza epistolare con loro, poche volte l’anno. E proprio a causa di una crescente curiosità, insieme a necessità di natura – posso dirlo? – prettamente egoistica, decide di fare visita alle zie, avvertendo bruscamente del suo viaggio, e altrettanto bruscamente presentandosi tra le loro stanze, le loro vite, nel villaggio di Galte. Lui è un ragazzo impulsivo, gentile, poco responsabile, ma molto denso: nel romanzo il suo solo nome sposterà il peso delle dinamiche di un intero paese nel giro di pochi mesi, perché in pochi mesi, in maniera inesorabilmente sciolta, sarà in grado di intrecciarsi alle identità degli altri personaggi, che a modo proprio, si ritroveranno a pagare il prezzo dell’impulsività di Giacinto, della sua età, ancora troppo fertile e troppo povera per non lasciare un segno profondo.
Dietro a questo susseguirsi di eventi caotici, a volte anche privi di scopi, c’è sempre Efix, che sembra quasi essere colui che muove i fili, guidato da una cieca gentilezza, ma basta voltare pagina per ricordarsi della sua spinta innocente, del suo fare così onesto e chiaro da non poter avere un ruolo oltre quello che da sempre, fin da giovane, ha ricoperto, quello del servitore. È servitore delle dame Pintor, di Dio, di Galte intera, è la coscienza di Giacinto, ma anche un coagulo di empatia e sensi di colpa. Si dà sempre molta più premura di quella che non gli rivolgono gli altri personaggi, e lo fa con infinita modestia.
Ti dirò, anzi, che più leggevo e più la sua figura, che ti assicuro scolpisce il cuore di chi legge, da una parte mi scioglieva, e dall’altra mi irritava, perché attraversata da una tale remissività da accettare sempre ogni tipo di umiliazione. Fino alla fine, ti assicuro, lui subisce e tenta di parlare, e fino alla fine nessuno lo ascolta.
Efix è effettivamente la personificazione del titolo, “canne al vento”, perché ne rappresenta appieno il significato: la precarietà dell’esistenza spezzata dalla fortuna, dal caso, dalla volontà divina. Come si piegano le canne sotto un forte vento, così fa Efix, e tutti gli altri personaggi del libro, anche se con molto più orgoglio di lui.
Ti consiglio davvero di leggerlo, non solo per l’intensità del protagonista, o per le lacrime che versa, ma anche te, perché tra quei paesaggi sardi così materici, di cui quasi si percepisce l’odore e il colore tra le righe, ci rivedresti una storia non tua, che per qualche ragione ti appartiene.
”Canne al vento” di Grazia Deledda, edizioni Feltrinelli, libri in lettere


