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“Althénopis” di Fabrizia Ramondino: recensione libro

Fabrizia Ramondino nacque a Napoli nel 1936. Nei primi anni della sua infanzia si spostò spesso all’estero con l’intera famiglia, al seguito del padre diplomatico, quindi tra il 1944 ed il 1948, si stabilì nella penisola sorrentina, per sfuggire ai bombardamenti di Althénopis (nome che i tedeschi diedero alla città di Napoli). “Il nome della mia città natale. In origine il suo nome significava «occhio di vergine». Ma pare che i tedeschi, durante l’occupazione, trovandola così imbruttita rispetto alle descrizioni di Mozart (…) e di Goethe, le mutarono il nome in Althénopis, che starebbe appunto a significare «occhio di vecchia».”
 
Da qui inizia la prima parte di uno splendido romanzo autobiografico, in cui l’autrice narra, in prima persona, un’infanzia di confine tra due mondi, fisicamente vicini, ma inesorabilmente opposti. La sua
Il paesino di Santa Maria in cui visse l’autrice da bambina è una frazione di Massa Lubrense (NA).
posizione di benestante fortemente colpita dalle ristrettezze economiche, le offrirà, infatti, la possibilità di osservare, da una posizione privilegiata, tanto lo spazio circoscritto di una popolare piazza di paese, quanto quello occupato dai ricchi signori. Una crepa destinata, a dilatarsi ulteriormente nel dopoguerra, quando il dramma corale, che impone adattamento e sacrificio, sarà ormai estinto. Dal mezzo, l’autrice, osserverà ambedue le realtà, senza però, sentirsi mai veramente parte né dell’una e né dell’altra. Ne studierà, piuttosto, capricci e peculiarità, diventando, tra imbarazzo e curiosità, esploratrice di usanze e regole discordi.
 
Nei giochi sfrenati, nelle fughe scapicollate al buio delle campagne, nei coperchi delle pentole che diventano elmetti, nelle minestre maritate che senza cotiche sono minestre e basta, nei venditori di limoni che si oppongono al Fascio, nei giochi villani e nelle avventure del “Capitano Glorioso” raccontate in capanne immaginarie, conoscerà la viva e disgraziata libertà dei lazzari. “Come potrei ricordare quelle interminabili chiacchiere luccicanti e filanti come stelle, la cui unica sintassi era il piacere di stare insieme?”. 
 
Un’umanità stracciona che si mescola agli sfollati in un paesaggio di alternanze tra botteghe abbandonate
La baia di Ieranto, che l’autrice chiama con il suo nome greco “Ieros”
dai tubercolotici, bassi senza sole e ville nobiliari. Vuote perlopiù, quest’ultime, che sfoggiano il fasto di un tempo passato e i “panni dei fantasmi” a segnalare abitanti mai esistiti: un modo per sfuggire all’occupazione dei soldati americani. Storie e fiabe si mescolano in questi luoghi incantati, che finiranno per animarsi per davvero solo alla fine della guerra, quando i signori torneranno ai propri alloggi e gli abiti migliori faranno capolino dai bauli. Qui i giochi dei bambini conosceranno un codice nuovo, meno spontaneo, più ferreo, addentrandosi in una dimensione, fino ad allora sconosciuta, con le sue “e” strette, i pasti esigui, le risatine trattenute e i nomi di fiori mai sentiti. “Lì stare insieme non era, come nella piazza, naturale come respirare e il gioco non nasceva spontaneo dalla fantasia e dall’estro del momento, o, per dirlo in altro modo, dal corso stesso delle cose. Si giocava invece sistematicamente a un gioco dopo l’altro, quasi si dovesse compiere un dovere…”.
 
Ma è probabilmente proprio nella sua stessa casa, che la Ramondino imparerà a tracciare confini e norme di questo e di quell’altro mondo. In un’abitazione di ripiego, che non fa sfoggio delle ricchezze ormai perdute, dove i poveri restano accettabili solo se morti di fame, appena un passo prima di divenire cadaveri o membri della schiera degli ingrati ignoranti. Un luogo transitorio in cui sopravvivono ostinati i ricordi dei tempi migliori, ma anche il rifiuto per l’utile e per la povertà, mentre le immagini sacre affastellate nelle soffitte offrono redenzione per l’anima e l’abbondanza dei giorni di festa si oppone al desinare frugale di quelli comuni. Qui, vivranno Fabrizia ed i suoi fratelli, in compagnia di una nonna accusata di prodigalità e di tanti altri piccoli peccati d’amore o ingenuità, con un padre assente, parvenu, per il quale ogni cosa è abiezione ed una madre algida con la testa piena di “pensieri”, prigioniera di una comunità e di un dialetto da cui ad ogni costo rifugge. “Imparai un anno a scuola il significato e l’uso delle parentesi; a me pareva che la mamma, chi sa quando, […] si fosse messa tra parentesi. La chiudevano anche come due parentesi i muri di quella casa, che parevano fatti di tempo: da una parte il muro del giorno in cui eravamo arrivati, dall’altro quello del giorno in cui saremmo partiti.”
 
Muri, dunque, al di là dei quali sbirciare una progenie destinata ad altro. Eretti nel mondo degli adulti salvo poi sgretolarsi attraverso la lineare logica dei bambini nei momenti di più ingenua condivisione (di
La montagna di Termini, che rappresenta il limite del mondo esplorato dall’autrice durante l’infanzia
segreti e di tesori), in cui le diversità si chiariscono, si appianano e convivono, lasciando nell’autrice solo il nostalgico ricordo di una felice genuinità. “Noi pensavamo di essere invulnerabili. I più coraggiosi erano i più poveri; e delle bambine io; così forse potevamo compensare quanto ci mancava con un senso di fiero coraggio; ma anche c’era questo, che ai bambini più poveri, e a me, per altri motivi, nessuno aveva insegnato a prendere cura di sé stessi; quando invece Mariarosa si sbucciava un ginocchio, quel sangue le pareva un’offesa, un oltraggio; a noi pareva invece di avere, finalmente, qualcosa di nostro, di essere, finalmente, qualcuno.”
 
La condizione muterà nel 1948, quando l’autrice, poco meno che adolescente, si sposterà con la famiglia a Roma e di lì in Francia per occupare il posto che in società le spetta. Spariscono così i mal di testa materni ed i tediosi lamenti, destinati, però, a risorgere già soli due anni più tardi, quando, a seguito della morte del padre, la giovane, con la madre ed i fratelli, nuovamente in serie difficoltà economiche, ritorneranno a Napoli, costretti a spostarsi di casa in casa, chiedendo ospitalità ai parenti. Dopo questo lungo periodo di vagabondaggi, descritto nella seconda parte del romanzo, si apre la sezione conclusiva, che, in totale opposizione alle due precedenti, più intime ed introspettive, risulterà quasi completamente spersonalizzata.
 
Scrivendo per la prima volta in terza persona e riferendosi a sé stessa con il nome di “Figlia” (ed alla
Spaccanapoli
madre con il nome di “Madre”), l’autrice chiuderà l’arco narrativo, raccontando il suo rientro a Napoli, dopo quasi 10 anni all’estero. Qui sentirà la necessità di una prospettiva più esterna, ma non certo priva di sentimento, utile a “Figlia” per raccontare il decadimento di “Madre”, la sua anzianità, nonché i fragili ricordi di famiglia, che solo a stento vengono trattenuti dagli oggetti (antichi soprattutto) di cui la casa è custode, tracciando una geografia domestica di memorie. L’autrice stessa finirà per divenire oggetto, tra gli oggetti materni, ma anche di un territorio che poco riconosce tra i suoi ricordi d’infanzia, sopravvissuto e poi riconvertito, ma che porta con sé gli indelebili aloni di un tempo di guerra. “La Figlia ritornò dal Nord all’improvviso nella casa di altri ritorni, di altre peripezie, preparata per altri naufragi. Palmizi su un terreno incolto e grigio, soldati americani da cui non bisognava prendere soldi, ma solo sorrisi e caramelle, la trappola del rifugio ormai pacifica a inghiottire vecchie biciclette, la bambola dilaniata dalla bomba; e il cortile interno rigoglioso come un Alhambra ai giochi dei bambini più ricchi tornati dalle Isole del Golfo; enormi salotti in penombra; cucine antiche e antiche donne venute da lucani paesi con capelli unti, baffi e intatte litanie; scatole di biscotti stantii comprati a chili negli armadi, pesanti di umidità o troppo leggeri, quasi polvere.”
 
L’intera essenza del romanzo è splendidamente resa dalla prefazione di Chiara Valerio, che fin da subito conduce il lettore in questo “libro dei resti”. Lasciti di una ricchezza scialacquata, di una raffinatezza inutile, di un’infanzia che si aggrappa alla memoria, di una Napoli devastata dai bombardamenti. Con squisita abilità, la Valerio, presenta un’autrice alla quale si accosta per abitudini e temperamento, soprattutto per il comune peccato dell’“incontinenza” (così lo chiama la Ramondino), “L’incapacità di contenere rabbia ed entusiasmi, amori e fastidi.”.
 
Un libro di mogli, raccoglitrici di fuggiaschi pentiti, sedotte, avvinte, abbandonate. Madri avvizzite,
Fabrizia Ramondino
annullate nell’esistenza dei propri figli o con i ventri ancora da liberare affinché “vedessero la luce altri nati di donna”. Donne dai grembi sterili ed i “mariti sultani”, che non posseggono nulla di proprio, neanche la pietá o la libertà di abbandonare la vita nel letto di un basso accanto ad un popolo devoto. Così ad una zia dagli occhi slavati e “la pelle di pergamena” non resta che serbare il ricordo di cinquant’anni di matrimonio e vedovanza, mentre una madre resterà prigioniera della sua condizione di figlia negletta, di donna, di gestante, di madre, di sfollata, di vecchia, di vedova e di mai più benestante. “Costretta a difendere con puntiglio quotidiano la vita, era diventata così prosaica, da non credere né alle favole né alla morte né all’amore.”.
 
In “Althénopis” ho trovato un racconto di un’attualità struggente. Nella nonna colpevole di operosità in cucina, ho rivisto tutte le nonne che ho incrociato nella mia vita. Nel rifiuto della figlia per ogni esuberanza materna, ho scoperto ogni figlia di questo tempo e di quello passato. Nel padre, nell’uomo che da solo si assurge a salvatore e che liquida tutto come incomprensibile estro di femmina, ho ritrovato troppi uomini di ogni luogo e tempo. Nelle parole di un dialetto stinto, ma ancora vivo, ho riconosciuto occhi cerulei che non rivedevo da tanto. Nelle ombre che ogni guerra getta, ho avvertito l’urlo di una stessa tragedia odierna. “All’inizio del dopoguerra, in certe feste, venivano i reduci che avevano fatto voti nei momenti di pericolo; chi camminava scalzo su corone di spine, chi, entrando in chiesa, cominciava a leccare il pavimento; e nell’orrore di quel sacrificio presagivamo cosa fosse stato l’orrore della guerra.”
 
Una scrittura densa, evocativa, ricercata e colta, ma sempre diretta e dal forte impatto. Il registro cambia pari passo con l’oggetto del racconto: dalla raffinatezza che ben descrive il fasto di un tempo, ad un più prosaico “stronzo”, misurato nelle gare dei ragazzi della piazza. Una sinfonia di parole sapientemente accostate, completata dalle note che integrano e arricchiscono la narrazione, consentendo di cogliere un sottotesto nascosto tra i sostantivi primitivi, che profumano di terra, parlano d’infanzia e portano con sé il carico dei ricordi. Così l’autrice, non cercherà virtuosismi laddove il termine “ruoto” rende perfettamente l’idea, ed anzi, fa uso della parola, che poi definirà in una chiosa. “[Ruoto:] Teglia di rame o alluminio di forma rotonda. È un vocabolo solare e festoso che andrebbe introdotto nel dizionario italiano. Immeschinisce il cibo che esce dal forno la parola “teglia”, che andrebbe però conservata per quei pasticci al forno di sapore intimistico a base di burro e di besciamella…”. 
 
“Althénopis” è poesia. Un’opera che richiede lentezza. Un’ode ai profumi, agli scogli, ad una terra di agrumi, al borgo della Marina, alle onde, al mare, ai legami eterni che talvolta si nascondono nelle parole più ostili, alle ingenuità dell’infanzia che non è mai subdola, alla vita, che in fondo è un cerchio e riconduce tutti al punto di partenza. “Con i vecchi dell’ospizio e con la nonna, nonostante i nostri dileggi, c’era una confidenza che con nessun adulto potevamo avere; a essi, come a noi, erano familiari la merda e la saliva, venivano come noi maltrattati dalle suore, avevano gelosamente custoditi come noi piccoli idoli e feticci, per loro come per noi erano preziosi una lira, un confetto, una castagna. La nostra derisione era anche un modo di giocare insieme.”.
 
Fabrizia Ramondino, dopo la laurea in letteratura francese all’Istituto Orientale di Napoli, lavorò all’AIED
Rampe Fabrizia Ramondino
(Associazione Italiana per l’Educazione Demografica), insegnò a leggere e scrivere ai bambini dei Quartieri Spagnoli, fondò un asilo gratuito ed una scuola serale di preparazione alla licenza media per gli adulti. Nel 1968 militò nel Centro di Coordinamento Campano nel quale combatté al fianco di disoccupati e contadini indigenti. A lei, la città di Napoli ha dedicato nel 2021 le “Rampe Fabrizia Ramondino” nel quartiere Avvocata.
 
Ormai non si parlavano più con parole, la Figlia e la Madre, ma per segni. E i segni erano torbidi, un Logos maligno, escresciuto alla ragione, alla temperanza. La Madre parlò sulla porta di ingresso con un abbraccio fragile, come il penultimo cerchio nell’acqua fatto dalla pietra. Quante volte avevano giocato, e crudele era il gioco, circuiva le radici della vita.

“Althénopis” di Fabrizia Ramondino, edizione Fazi.

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Angela Finelli

Classe 1987. Nata a Napoli, tra i vicoli e l'odore del ragù lasciato a "pappuliare" a fuoco lento già dall'alba. Amante dei libri da sempre, della buona cucina e delle mete insolite. Dipendente dal caffè, dalle risate spontanee e da quella punta di follia che rende la vita imprevedibile. Fiera sostenitrice del potere delle parole e dei sussurri nascosti tra le righe, quelli che lasciano un'impronta nella memoria e i brividi sulla pelle.

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