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Moving Books – La casa della gioia

Non solo L’età dell’innocenza. Incontriamo Edith Wharton in altri film, fra cui uno davvero molto bello e da noi poco conosciuto. La casa della gioia (2000) dell’inglese Terence Davies è tratto dall’omonimo romanzo del 1905, forse il secondo per cui l’autrice è più nota e letta (e il mio preferito fra i due).

È un film dal ritmo musicale, ma al contrario di quanto accade nella trasposizione di Martin Scorsese, è un ritmo spezzato, meno polite, radicato nelle dinamiche teatrali della società newyorchese ma allo stesso tempo più “europeo”. Questo vale anche per tutto ciò che coinvolge i nostri sensi: i colori, i tessuti, la grana della tela cinematografica. È una visione più delicata e vicina a molta sobria arte americana dell’Ottocento, coerentemente con la sua ambientazione.

Terence Davies, La casa della gioia, 2000
(Credits: The House of Mirth © FilmFour 2000)

La protagonista Lily Bart, sia nel libro che nel film, è parente prossima della Isabel Archer di Henry James, che non a caso era grande amico della Wharton. Come Isabel, anche Lily è un «magnifico spettacolo», secondo l’unico uomo che la desidera per ciò che è (ma non abbastanza), ed è altrettanto affaticata dalla vita, anche se per opposte ragioni. Come lei è un’opera d’arte vivente, che tutti ammirano ma sempre a distanza di sicurezza. Ce lo chiarisce la scena ad alto contenuto pittorico dei tableaux vivants, in cui la splendente Lily interpretata da Gillian Anderson si concede agli sguardi nei panni dell’Estate. Ed è una crudele ironia, perché è la stagione della luce, dell’abbondanza, delle promesse di vita. E dei matrimoni.

Terence Davies, La casa della gioia, 2000
(Credits: The House of Mirth © FilmFour 2000)

Proprio il matrimonio è il grande incubo di Lily, bella e intelligente ma irrimediabilmente povera. Il suo dovere la dovrebbe portare a legittimare il proprio status di donna perbene attraverso nozze vantaggiose. Ma è la sua stessa natura a rivoltarsi contro di lei, in quel conflitto fra volontà personale e convenzioni sociali che tanto toccava Edith Wharton. La visione che Davies dà di questa vicenda è molto coerente con quella della scrittrice, forse ancora più sottilmente feroce di quella che ci aveva offerto Martin Scorsese. Ne è prova l’uso del teatro: per Scorsese è un vero palcoscenico della vita sul quale si esibiscono i protagonisti, mentre per Davies è lo sfondo vuoto a chiacchiere altrettanto vuote, dietro a cui si nasconde una tragedia profondamente reale.

Terence Davies, La casa della gioia, 2000
(Credits: The House of Mirth © FilmFour 2000)

Chiara Tartagni

Copywriter, studiosa di storia dell’arte, insegnante, nerd, ma soprattutto una persona molto curiosa. Ama tutto ciò che riguarda le immagini, in movimento e non. Ha scritto un libro per Jimenez Edizioni, "Le relazioni preziose": un piccolo viaggio sentimentale fra il Settecento e il cinema contemporaneo.

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