“Disìo”

Una poesia, ******
Una poesia in prosa, elegante, carnale e intensa. Si presenta fino alle viscere il libro “disìo”, la mia introduzione all’autrice Silvana Grasso. Devo dirtelo, un lieto benvenuto, nonché un invito ad approfondire la sua penna, che è delicatissima.
Non ti immaginare, tuttavia, un testo col capo chino e il tono discreto. Al contrario, nel suo fascino, è un testo di aspra denuncia sociale, che sa toccare temi spinosi in modo diretto, trasparente e altrettanto abile, come fosse un canto pagano che si erge contro la sopraffazione.
Non ti nego che sono rimasta confusa nel confrontarmi col reale tema del libro, dopo che i primi capitoli si erano presentati come una biografia di Memi Santelìa, la protagonista, tornata da Milano per la prima volta in Sicilia dopo molti anni, per assistere alla veglia funebre in memoria della madre. Era cominciato con un vocativo, “madre”, con un racconto in una prima persona molto densa, eclissata di punto in bianco dopo qualche capitolo. Da quel punto, Memi, filtrata dagli occhi ostili degli altri personaggi, diventa semplicemente “quella là”, una donna che, attirata nuovamente dalla sua terra, decide di chiedere il trasferimento nel nosocomio della città, nell’intero libro innominabile, di ****.
Allora “disìo” si espone. Vuole parlare di quella provincia siciliana, quel genere di provincia siciliana in cui “nulla è mai come sembra”, in cui il concorso a cui la protagonista partecipa, per essere trasferita nel reparto psichiatria dell’ospedale di ****, dovrebbe già avere un vincitore, dovrebbe essere solo una formalità. Eppure Memi vince, per circostanze fortuite e irripetibili. Da qui, la sua voce diventa ingombrante.
Così nasce, così si sviluppa il travagliato rapporto tra di lei e quel paese di ****, immerso in un clima di mafia, annullato da un clima di mafia, così tanto da non poterla chiamare neppure più “legalizzata”, dacché le sue radici sono troppo intrinsecate per non essere parte della stessa natura del paese. Memi è intimidita, minacciata, è etichettata come una “buttana della peggior razza, di quelle che pensano e ragionano”, ma col suo fiato quasi muto, da qualche parte comincia la sua battaglia, ansimando sotto una sovrastruttura troppo vorace. Ha molto da dire e poco da perdere.
Così il libro fa breccia: con una protagonista che con la sua voce parla per pochi capitoli, che vive la morte sulla pelle, mese dopo mese. E non chiude gli occhi per andare avanti.
”Disìo” di Silvana Grasso, edizione Feltrinelli, libri in lettere.



