Un libro tra le mani

“Thérèse e Isabelle” di Violette Leduc, recensione: Un libro tra le mani

THÉRÈSE E ISABELLE, in origine, nel 1954, costituiva il primo capitolo di un altro libro, “Ravages” (romanzo autobiografico di amori tormentati), purtroppo però questo racconto sulla passione travolgente dell’autrice per una compagna del collegio, venne considerato dalla Gallimard troppo scabroso, impossibile da pubblicare, nonostante il supporto e sostegno di Simone de Beauvoir, e fu chiesto alla Leduc di eliminarlo.

Smembrato e ucciso

La storia di queste due collegiali divenne così un racconto a sé, ma solo a patto di potenti censure e rivisitazioni del testo.
Praticamente le stavano tagliando la lingua, e per l’autrice questo fu un vero e proprio assassinio.

Successivamente, le prime trenta pagine di “Thérèse e Isabelle” (rimaneggiate e corrette) divennero il terzo capitolo de “La Bastarda“, con cui raggiunse il vero successo.
Oggi, finalmente, dopo essere stato censurato e poi smembrato, questo racconto ritrova la sua voce e interezza, così come Violette Leduc voleva che fosse.

Inquietudine erotica ossessiva 

Il racconto è ricco di una grande inquietudine ossessiva, di una tensione erotica che in un certo senso ti affanna, ti strema, ti prosciuga di ogni energia.
L’iniziazione sessuale/omessuale di Thérèse (Violette) assume toni deliranti, visionari, propri di chi scopre emozioni e sensazioni che stravolgono la quotidianità, che tolgono lucidità e si nutrono di ogni pensiero pensabile.
La notte è il luogo e il tempo dell’amore, null’altro.
La notte la affama.
Uno sconvolgimento totale, per il corpo e per il cuore.

“Mi prese tra le braccia: mi tirava fuori da un mondo dove non avevo vissuto per precipitarmi in un mondo dove ancora non vivevo.”
[…]Le sue labbra cercavano innumerevoli Thérèse nei miei capelli, nel mio collo, nelle pieghe del mio grembiule, tra le mie dita, sulla mia spalla. Perché non posso moltiplicarmi per mille e farle dono di mille Thérèse? Ma sono solo una, sono solo me stessa. È troppo poco.”

La vita di Violette è stata costellata di amori difficili, alcuni impossibili, e questa fu, probabilmente, la sua unica esperienza di amore felice, felice e ricambiato…
Erano giovani e ancora non conoscevano il significato della perdita e della separazione.

“Verrai tutte le sere?”
“Tutte le sere”
“Non ci lasceremo mai?”
“Non ci lasceremo mai”.

Audacia controllata 

Tratta un argomento difficile, soprattutto per quegli anni, in un paese maschilista e provinciale come l’Italia, ma nella scrittura di Violette Leduc non c’è nessuna volgarità, nessuna leziosità, il linguaggio è poetico e crudo allo stesso tempo, ma sempre elegante.
Come sosteneva Simone de Beauvoir, quella della Leduc è un'”audacia controllata“: scandalizza i puritani, ma non soddisfa i viziosi.
Sa essere violenta e dolcissima, minuziosa nelle descrizioni, ma ricca di parabole linguistiche: parole e immagini si scontrano provocando scintille.
In due parole, viscerale e potente.

“L’amore non ammette riposo. I nostri sguardi deragliavano, perdevano la pista, si ritrovano.
-Ho voglia di mangiarvi.
[…]Parliamo. Peccato. Una cosa detta è una cosa uccisa. Le nostre parole non saranno più grandi, non saranno più belle. Il loro destino è quello di avvizzire dentro le nostre ossa.”

Credo che la lettura de “La bastarda” ora sia d’obbligo.

 

 

“Thérèse e Isabelle” di Violette Leduc, Neri Pozza Editore . Un libro tra le mani.

 

Antonella Russi

Nata a Taranto, classe '76. Lettrice per passione, da sempre.

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