Un libro tra le mani

“L’estate che ho ucciso mio nonno” di Giulia Lombezzi: brillante e acuto

L’ESTATE CHE HO UCCISO MIO NONNO (Giulia Lombezzi)
(Bollati Boringhieri editore)

Un romanzo bellissimo.

Ma cosa vorrà dire poi bellissimo?… tutto e niente, eppure è l’aggettivo che mi è venuto subito in mente, è un libro completo, che mi ha fatto provare una miriade di emozioni, una sorta di montagne russe emotive, scritto con uno stile, a mio avviso, sorprendente!

Si presenta in un modo e prosegue in un altro, senza però tradire le aspettative, anzi, mantenendo comunque e sempre una certa coerenza.

Si ride, ci si arrabbia, ci si commuove, si piange…

Il titolo è di quelli che fanno pensare subito a qualcosa di leggero, ironico, ha in sè una tragicità così esplicita che non può essere presa sul serio, ed effettivamente quando inizi a leggerlo trovi esattamente questo, una scrittura intelligente e divertente, un modo spassoso di raccontare l’adolescenza e certe dinamiche famigliari, dove “divertente” e “spassoso” però non sono sinonimi di comico, ma di “brillante“, di acuto.

C’è uno sguardo diretto e moderno, estremamente reale e non patinato, a volte anche impietoso, volto a cogliere gli aspetti più veri (e le crepe) dei legami famigliari, dei rapporti tra i ragazzi e tra loro e le generazioni precedenti.

Questo sguardo attento e tagliente è quello di Alice, 16 anni, un rapporto disastroso col cibo usato come consolazione e rifugio dai problemi, una famiglia un po’ disagiata (ma a suo modo unita), due (e solo due) amici veri, e un nonno malato, burbero e irascibile, vecchio patriarca egoista e dispotico, che irrompe nella sua vita facendo saltare i già precari equilibri.

Il caregiving

Ed ecco che piano piano ci inoltriamo in un tema tosto e quanto mai attuale, ovvero quello del “caregiving” con tutte le problematiche che si porta dietro, dalla spossatezza fisica a quella psicologica che l’assistenza di un genitore non autosufficiente comporta.

Ma soprattutto Lombezzi punta il faro su ciò che una ragazzina può provare di fronte al progressivo annullarsi della propria madre, così impegnata a compiacere il genitore bisognoso di cure, da dimenticarsi della sua esistenza, incapace di vedere se stessa, figuriamoci sua figlia che, per reazione, aumenta sempre più di volume nella speranza di essere notata.

Alice è una figlia che ha bisogno di sua madre, la rivuole a qualunque costo, e soprattutto la vuole proteggere, la vuole salvare, per cui inizia a cercare nel passato di sua madre le possibili motivazioni della sua totale sottomissione al padre, del suo timore reverenziale che le impedisce di essere lucida e obiettiva nei confronti di quest’uomo.

Da questo momento in poi il romanzo diventa molto profondo e poetico, ci porta nei meandri dell’abbandono, dell’anaffettività, della violenza domestica, dell’egoismo e della peggiore delle manipolazioni.

Incontriamo la rabbia, la paura, i sensi di colpa, la voglia di punirsi…

Un romanzo pulsante, ironico e amaro, ruvido e dolce, scritto divinamente.

Ho amato tantissimo il linguaggio usato, la sua scrittura priva di filtri per certe cose, ma capace di toccante poesia per altre, e che riesce ad essere eccezionale in entrambi i casi.

Un talento vero, da non perdere assolutamente di vista.

 

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“L’estate che ho ucciso mio nonno” di Giulia Lombezzi, Bollati Boringhieri editore . Un libro tra le mani.

Antonella Russi

Nata a Taranto, classe '76. Lettrice per passione, da sempre.

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