Sopra le righe

Quello che so di te, Nadia Terranova: la genealogia dell’assenza

Con una prosa elegante e ipnotica, Terranova ci porta nelle stanze segrete della memoria

C’è la memoria, c’è il sortilegio, c’è la paura di veder ripetere il tragico passato familiare nel proprio, c’è la voglia di riscattare il destino infelice di una donna e di sottrarre all’oblio una storia che “La Mitologia Familiare” ha archiviato troppo in fretta.

Undici giorni: questo è il periodo di tempo che la bisnonna della scrittrice, Venera, ha trascorso in manicomio. Ma perché? Qual è stata la causa scatenante che ne ha determinato l’internamento?

Ci sono libri che raccontano una storia e libri che sembrano ascoltarla mentre nasce. Quello che so di te appartiene a questa seconda specie: è un romanzo che avanza per approssimazioni, per silenzi, per stanze della memoria lasciate socchiuse. Nadia Terranova non cerca la verità come un documento da esibire, ma come una vibrazione da seguire.

Una narrazione che ha il ritmo del mare

Quello che so di te, copertina

La sua scrittura possiede un’energia tattile, nella quale ogni frase sembra levigata fino a conservare soltanto ciò che è indispensabile, eppure dentro quella misura abita un’intensità emotiva sorprendente. Non c’è compiacimento nel dolore, non c’è enfasi nella confessione: c’è, piuttosto, la consapevolezza che alcune ferite non chiedono di essere guarite, ma comprese. La lingua si fa allora luogo di cura, spazio in cui il passato smette di essere un macigno e diventa materia viva, ancora capace di parlare.

Il cuore del romanzo è la genealogia femminile: le madri, le figlie, le donne dimenticate dalla Storia e spesso perfino dalle loro stesse famiglie. La scrittrice restituisce loro una voce senza pretendere di colmare tutti i vuoti. Anzi, è proprio nel rispetto dell’inconoscibile che il libro trova la sua più alta forma di verità. Ciò che non si può ricostruire viene immaginato con una delicatezza che non tradisce mai la realtà, ma la accompagna oltre i suoi margini.

Quello che so di te è un mare che avanza e si ritrae, lasciando sulla riva frammenti di vite, fotografie sbiadite, parole tramandate a metà. La narrazione si muove con questo stesso respiro: procede per onde, seguendo il ritmo dell’affetto e dell’ossessione, della perdita e del desiderio di ricomporre ciò che il tempo ha disperso.

Quello che rende il romanzo memorabile è la sua capacità di abitare il confine tra autobiografia e invenzione senza mai lasciarsi imprigionare da nessuna delle due. La ricerca documentaria e l’immaginazione dialogano continuamente, come se la letteratura fosse l’unico luogo in cui ciò che è accaduto e ciò che avrebbe potuto accadere possano finalmente guardarsi negli occhi.

Una penna di straordinaria eleganza

Alla fine della lettura resta una sensazione rara: quella di aver attraversato non soltanto una storia familiare, ma una meditazione sul tempo e sull’oltraggio di una delle pagine più agghiaccianti della nostra storia recente, quella della detenzione manicomiale delle donne.

Quello che so di te è un romanzo di straordinaria eleganza, che chiede al lettore non tanto di seguire una trama quanto di condividere un ascolto. E quando si chiude l’ultima pagina, si ha l’impressione che il libro non finisca davvero: continua a risuonare, come il nome di una persona amata pronunciato sottovoce in una casa vuota.

IL VINO

Lettura da abbinare a un Etna Rosso, non solo perché condivide con Terranova la geografia siciliana, ma perché ne riflette anche la voce letteraria, fatta di lava sotto la superficie di una grazia apparentemente quieta.

Quello che so di te, Nadia Terranova, Guanda Edizioni, a cura di Sopra le righe.

LA CITAZIONE

Venera doveva essere rimasta impigliata nello strato irregolare di realtà delle eredità familiari che proiettiamo nelle visioni o nelle stanze buie; di lei avevo carpito racconti smozzicati, ma la sentivo vagare per casa come uno spettro incastrato che non trova più la strada per tornare indietro, si era incarnata in un bisbiglio, in una parola lasciata cadere e subito messa al riparo”.

Michela Bilotta

Sono nata a Salerno e vivo da oltre dieci anni a Bruxelles, dove mi occupo di comunicazione e ufficio stampa. Giornalista pubblicista dal 2007 e sommelier professionista, ho maturato un’esperienza ventennale come direttrice creativa, editor e addetta stampa per case editrici, agenzie pubblicitarie, testate giornalistiche, ONG internazionali e istituzioni europee. Ho, inoltre, pubblicato guide turistiche, racconti e manuali per concorsi a cattedra. Ho sempre usato le parole per lavoro e per passione, e il mio amore per la scrittura è pari solo a quello per la lettura. La metrica dell’oltraggio, Jack Edizioni, è il mio primo romanzo edito e tratta dei diversi aspetti della violenza di genere partendo dalla tragica storia della poetessa Isabella Morra, assassinata dai fratelli, fino ad arrivare al fenomeno dei femminicidi oggi. Il libro ha destato l’attenzione della stampa nazionale, è entrato nell’elenco ufficiale dell’AIE come testo scolastico ed è stato presentato alla Camera dei deputati. Tre miei racconti sono stati pubblicati nell’Antologia “Ad alta voce”, a cura della scrittrice Sara Rattaro.

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