“Il grande buio”, Enrico Macioci: grottesco carosello di nuovi mostri e vecchie solitudini
Intensi quadri di interni contemporanei

Quelle che prendono forma nei racconti de “Il grande buio” sono le stesse mostruosità che troviamo nei fatti di cronaca tutti i giorni, quelle che del quotidiano si nutrono e nel quotidiano si moltiplicano come metastasi. In alcuni casi, sono le solitudini negate di chi nasconde le proprie paure dietro simulacri di coraggio da dare in pasto al mondo.
Un odore marcescente attraversa questi meravigliosi racconti, tutti, nel loro orrore o nei loro silenzi, incredibili e plausibili al tempo stesso. Come un graffio su una superficie levigata, come uno schizzo di sangue su un camice immacolato, ogni racconto viola la fortezza fragile dei rituali ordinari per farsi bisturi, grido, lacerazione. Una lacerazione che è un varco dal quale osservare le cose, e le persone, da una nuova prospettiva.
Petali che ricoprono mucchi di fango

Con una scrittura densa e affilata, Macioci ci invita a indossare la maschera dei voyeur per condurci a osservare il baratro, a scandagliarne i contorni reprimendo il disgusto, irrazionalmente attratti dallo spettacolo di dolore e solitudine che ha fagocitato i nostri giorni. Rendendoci, nostro malgrado, pornografi di sofferenze e isolamenti.
Ci troviamo, così, di fronte a una madre che detesta la propria figlia, osservatori di quello che resta di una riunione condominiale finita in strage, testimoni di un femminicidio che porta alla luce verità che nessuno vuole accettare, depositari di silenzi incancreniti: in questa giostra di ripugnanze c’è tutto il grande buio di oggi, con i suoi mille volti deformi e il suo flaccido aspetto mutaforma.
Nel salotto buono delle vite degli altri
Sembrano quadri di Hopper che prendono vita, questi interni illuminati dalla luce del racconto attraverso una prosa ipnotica, che si srotola su se stessa come pellicola cinematografica. Difficile sottrarsi all’attrazione melmosa verso le vite dei personaggi, verso gli oggetti delle loro case, quasi come se d’improvviso ne violassimo l’intimità e ci accomodassimo nel loro salotto buono.
Questi racconti di conflitti irrisolti, nei quali i ruoli di genere spesso si ribaltano in una sorta di magma fluido di confusioni e incomprensioni, esercitano una malia che si insinua piano sottopelle e che non ci abbandona nemmeno dopo l’ultima pagina. Chiudiamo il libro e lo osserviamo, ripensiamo alle storie, alle vite dei personaggi, al richiamo dello sgomento e della seduzione, e ne vogliamo ancora. Riprendiamo il libro, ce lo rigiriamo tra le mani, lo apriamo di nuovo. Il carosello di mostri e di solitudini ricomincia, ma forse, stavolta, dentro ci siamo anche noi.
IL VINO
In omaggio alle origini dell’autore e della casa editrice, il vino da abbinare è un Pecorino DOC. Bianco fresco dalle note floreali e fruttate, sul finale regala un’inattesa nota amara, inaspettata come il grande buio che si abbatte fulmineo sulle esistenze.
LE CITAZIONI

“Vivevo coi miei. Loro non si erano ripresi – non si ripresero più. L’unica cosa che fecero fu decidere di credere alla versione stabilita e non tornare in dietro, cosicché la versione stabilita diventò la verità. La verità è una chimera e la fede è un salto, ma non sappiamo se dall’altra parte troveremo un appiglio. I miei genitori si sforzarono di andare avanti e non dubitarono che io condividessi la loro versione, che anch’io avessi la loro fede. Ma io non ho fede, sono solo brava a mentire”.
“Il grande buio c’è sempre ma noi non ce ne accorgiamo, e questo è uno dei motivi per cui rimaniamo sani di mente nell’arco della nostra misteriosa e, per molti versi, assurda esistenza. Il grande buio ci accerchia da nord, da sud, da est e da ovest, e la luce nella quale ci muoviamo è una minuscola zattera sopra lo smisurato oceano di grande buio”.
Il grande buio, Enrico Macioci, Neo edizioni, a cura di Sopra le righe.



