Il cielo è nero la terra blu, Rossella Sorbara. La paura dei 13 anni quando il mondo ti opprime
Un esordio impetuoso, una scrittura carnale, una storia che non si dimentica

Nebbia. È la nebbia il perno intorno al quale si dirama la narrazione di questa storia che è un lungo taglio verticale, un’intima lacerazione slabbrata.
Nicoletta (Nico) ha tredici anni e vive in un piccolo paese avvolto da una nebbia che non è solo fenomeno atmosferico, ma ignoranza, pregiudizio, esclusione, barriera. La nebbia è l’insulto dei compagni di classe che la bullizzano, sono i cori di scherno che la trafiggono come corona di spine. È la solitudine che ti sale dentro nel buio degli inverni di pianura. La nebbia è la madre che, dopo aver partorito la seconda figlia, torna dall’ospedale “con il buio negli occhi” e non sembra più lei. E allora la nebbia assume le sembianze mostruose delle sue grida, dei suoi schiaffi, delle sue ingiurie.
A Nico non resta che rifugiarsi nel bagno di casa, dove i libri si fanno fortezza, o nella cucina verde petrolio di Angelina, la sorella del suo unico amico, Cosimo, anche lui trattato come un paria dai compagni di scuola.
La liturgia degli esclusi

Un giorno di febbraio, come ogni anno, arriva il circo e con lui Nadir, il ragazzo nomade che vive in una roulotte, anche lui diverso, anche lui altro. Anche lui escluso. Ed è proprio nella malia dell’universo incantato del circo che Nico ha una rivelazione: le sembra di vedere finalmente una luce che rischiari il buio e le faccia dimenticare le persone che mormorano dietro i cancelli automatici delle loro case, e le sbarre delle loro menti. Questa luce ha il volto di una donna che somiglia a sua madre e che, a pensarci bene, non può che essere la sua vera madre, la donna che era prima, quando la accarezzava e l’amava, quando le pettinava i capelli e l’accompagnava a scuola. Quella donna non esiste più, il suo posto è stato preso da una figura che non pronuncia nemmeno più il suo nome, sostituito dall’epiteto spregevole.
Una scrittura travolgente

Il talento cristallino di Rossella Sorbara firma questo esordio impetuoso, solcato da una prosa urgente che maschera le lacrime con l’ironia e nella quale prende forma melmosa l’esclusione, il dolore abissale di chi non riesce a emergere dalle macerie quando il proprio mondo collassa.
Un inchino per la scrittura: densa, carnale, violenta: ti lacera dentro con un pezzo di vetro affilato e, quando stai per riprendere fiato, ricomincia a tagliare. In profondità.
E se è vero che dai tagli filtra la luce, per Nico sarà forse necessario un evento estremo per ricomporre gli equilibri interrotti. E diradare, finalmente, la nebbia.
IL VINO
Lettura da abbinare a una Barbera d’Asti, vino di spiccata acidità, nervoso e vibrante come i conflitti adolescenziali, ma con tannini non troppo duri, come la rabbia di Nico, sotto la quale resta l’amore.
Il cielo è nero la terra blu, Rossella Sorbara, Neo edizioni, a cura di Sopra le righe.
LE CITAZIONI
“Ora mi picchia di meno, cioè, vorrebbe sempre picchiarmi uguale, ma ho imparato a scappare in tempo e se ha in mano qualcosa che mi vuole tirare, io mi metto a girare intorno al tavolo della sala, perché lì ci sono tutte le cose che non vuole rompere, tranne me, che a me mi vuole rompere, ma le specchiere, i soprammobili, invece no. E così giriamo in tondo, lei con lo zoccolo in mano, io che mi abbasso quando sono in traiettoria buona, la traiettoria senza soprammobili. Fa anche ridere a vedersi da fuori, secondo me. Invece da dentro, no, non fa ridere per niente”.
“Quando fa buio d’inverno, in mezzo alla pianura, c’è quell’odore nell’aria di legno marcio e fumo e poi le luci accese nelle case, ti sale una specie di tristezza, ti sale una specie di solitudine, ti sale che quasi quasi suoni un campanello a caso e chiedi se ti fanno entrare dentro, per favore”.



