“Nessuno al posto giusto” di Willy Vlautin: la grazia ostinata degli ammaccati

C’è una scena, in Nessuno al posto giusto, in cui Eddie Wilkens compra una vecchia Pontiac LeMans piena di ammaccature e si rifiuta di farle riparare. In quella scelta apparentemente insignificante c’è tutto Willy Vlautin. Perché questo è un romanzo che guarda le persone rotte – gli uomini e i bambini segnati, scheggiati, lasciati indietro dalla vita – e si rifiuta di aggiustarle. Le ama per le crepe, non malgrado le crepe.
Vlautin torna qui al territorio che conosce meglio: la Portland operaia dell’Oregon, le case da imbiancare, i furgoni che odorano di trementina, le vite che si reggono su un equilibrio precario fatto di turni di lavoro, bollette e bottiglie nascoste. Eddie è un imbianchino sulla quarantina, taciturno e affidabile, uno di quegli uomini che rispondono ai guai del mondo con il lavoro e con una gentilezza che non sanno nemmeno di possedere. La moglie l’ha lasciato e se n’è pentita. Il suo unico dipendente, Houston, è un ubriacone simpatico e inaffidabile che si presenta in cantiere a seconda di quanto ha bevuto la sera prima. E sotto la superficie ordinata di Eddie cova una colpa che si porta dietro da quasi vent’anni, il peso invisibile che governa silenziosamente ogni sua scelta.
Il titolo originale, The Left and the Lucky, contiene una chiave di lettura che il titolo italiano sceglie di non rendere letteralmente. I lasciati indietro e i fortunati. Vlautin sembra dividere il suo mondo in due categorie: quelli che non riescono a convivere con le proprie ferite e quelli che, per una qualche grazia, trovano il modo di farlo. Non è una distinzione morale. Non c’entra il carattere, il talento o la forza di volontà. È, letteralmente, questione di fortuna.
La fortuna di incontrare qualcuno che ha bisogno di noi.
Per Eddie quella fortuna ha il volto di Russell, il bambino di otto anni che vive nella casa accanto. Russell ha le sue ammaccature: un fratello maggiore violento, Curtis, che lo tormenta; una madre sopraffatta dalle difficoltà; una nonna che scivola lentamente nella demenza. Senza quasi accorgersene, Eddie diventa per lui una figura paterna. E Russell diventa per Eddie una ragione per restare in piedi.
Lo sguardo di Vlautin non distoglie mai gli occhi dalla sofferenza, ma non la usa neppure come spettacolo. Questa è probabilmente la sua qualità più rara: essere tenero senza essere consolatorio. Racconta la disperazione che si annida dietro le routine più ordinarie e il modo in cui un gesto di generosità può, almeno per un momento, tenerla a bada.
La sua prosa è asciutta, essenziale, quasi invisibile. Non cerca effetti. Non giudica. Il romanzo avanza verso un climax cupo, a tratti quasi insostenibile, eppure ogni personaggio viene osservato con una pietà profonda che non scivola mai nel sentimentalismo.
È qui che Nessuno al posto giusto dialoga con la migliore tradizione del grit lit americano e con gli autori che hanno raccontato la povertà senza trasformarla in folklore. Vlautin sceglie di stare accanto ai dimenticati, agli emarginati, ai piccoli falliti, e di mostrarli per ciò che sono: esseri umani completi, non figurine sociologiche. È lo stesso terreno emotivo di un Kent Haruf – la stessa pietà, lo stesso understatement, la stessa fiducia ostinata nel fatto che le persone comuni meritino di essere raccontate fino in fondo.
Due momenti restano addosso più degli altri.
Il primo è la domanda che Curtis, tornato dal riformatorio arrabbiato come prima, rivolge a Eddie sulla soglia di casa:
«Perché hai scelto lui?»
In quattro parole c’è tutto il dolore di chi si sente escluso dalla possibilità stessa di essere amato.
Il secondo arriva quando l’ex compagna di Eddie gli fa notare che, a differenza di molti uomini che conosce, lui non è davvero solo. Ha qualcuno di cui prendersi cura. È la tesi del romanzo pronunciata sottovoce, da un personaggio, senza che l’autore senta il bisogno di sottolinearla.
Sarebbe però sbagliato considerare Nessuno al posto giusto un libro soltanto doloroso. La piccola squadra di imbianchini che Eddie tiene insieme è una galleria di figure spesso esilaranti. La comicità non è un sollievo artificiale inserito per alleggerire la storia: è il modo in cui questa gente sopravvive. Ridono perché l’alternativa sarebbe soccombere.
C’è anche un cane. E Vlautin con i cani fa esattamente ciò che fa con gli esseri umani: li rende indispensabili.
E c’è qualcosa che nei suoi romanzi non sempre accade: uno spiraglio di luce. Non una redenzione completa, non un lieto fine da favola. Solo la possibilità che qualcuno riesca a trovare un posto nel mondo senza dover diventare qualcun altro.
Perché Nessuno al posto giusto è, in fondo, un romanzo sulla cura. Sul modo in cui le persone si salvano a vicenda senza nemmeno rendersene conto. Alcuni personaggi non ce la fanno. Questo è il mondo reale, e Vlautin non bara mai. Ma per quelli che riescono a restare a galla non esistono miracoli: esistono relazioni, responsabilità, piccoli atti di presenza quotidiana.
Alla fine si torna inevitabilmente a quella Pontiac LeMans piena di ammaccature.
Eddie non la ripara mai.
Forse perché ha capito una cosa che Willy Vlautin racconta da sempre: alcune crepe non vanno nascoste. Sono la prova che abbiamo attraversato qualcosa e siamo ancora qui. A volte non diventiamo persone migliori nonostante le ferite. A volte lo diventiamo proprio grazie a quelle.
E quando chiuderete il libro, Eddie e Russell saranno ancora con voi. Come certi amici silenziosi che non fanno grandi discorsi, ma riescono comunque a cambiarvi la giornata.
Recensione a cura di Antonio Lanzetta.
“Nessuno al posto giusto” di Willy Vlautin, edizioni Jimenez.




