Malditesto

“Fight Club” di Chuck Palahniuk: guida alla rilettura di un classico che non smette di scandalizzare

C’è una pagina vuota con scritto sopra Fight Club, dopodiché c’è un articolo pronto per la pubblicazione che non sarà mai all’altezza. Per tanto tempo però io e Fight Club siamo stati culo e camicia. Tutti a chiedermi se avevo scritto o no su Tyler Durden.

Ed eccoci al libro dei libri di Chuck Palahniuk, e forse anche a un libro dei libri della top ten assoluta. È da qua che si comincia con questo autore: Fight Club, uno dei pochi casi in cui un film è potente più del romanzo che lo ha generato. Nonostante il film – proprio come il libro – abbia avuto un riscontro deludente all’uscita, è diventato in breve tempo il simbolo di una generazione, capace di parlare al posto di chi non aveva più nulla da dire.

A meno che non abbiate vissuto sotto un sasso con le strane bestiacce che ne escono quando un bambino ne calcia via uno, conoscerete la trama di Fight Club. Ma siccome qualche strana bestiaccia io ogni tanto la incontro, cominciamo da lì.

Un uomo senza nome, consumato dall’insonnia e da un lavoro che lo svuota, trova un fragile sollievo nei gruppi di supporto finché l’arrivo di Marla Singer distrugge ogni equilibrio. Sul territorio arido che rimane, ci mette il carico l’incontro con Tyler Durden, figura magnetica che incarna tutto ciò che lui reprime. Insieme fondano un club di combattimenti clandestino che degenera nell’anarchico Project Mayhem. Da qui gli spoiler, Dio santo, lasciate quei sassi, uscite e vivere.

Quando il narratore scopre che Tyler è una parte di sé fuori controllo, e che anche la relazione con Marla è stata distorta dalla sua doppia identità, tenta di fermare un piano terroristico che lui stesso ha messo in moto. Sopravvive, e chissà quante conseguenze lo aspettano fuori pagina, ma il mondo continua a chiamarlo “capo”. Probabilmente Tyler non è davvero sparito.

Con il film, prima ancora che con il libro, si leggono abbastanza i motivi del mancato riscontro di pubblico. Erano entrambi avanti rispetto al tempo in cui sono usciti, complici anche le campagne di marketing che, almeno in Italia, sbagliano tutto, quando c’è da trattare la violenza. Non si dovrebbe giudicare il film per la sua violenza, ma per l’eventuale violenza del suo messaggio.

Come c’è stato un prima e dopo Pulp Fiction, c’è stato anche un prima e dopo Fight Club, e in entrambi i casi il carrozzone mediatico non ha fatto altro che puntare tutto sullo scandalo, quando né in un caso, né nell’altro, era l’argomento sul piatto.

Fortunatamente tanto Fincher quanto Tarantino hanno consegnato al mondo delle opere magnifiche, capaci di incollarsi agli spettatori diventando parte di loro. Noi siamo Jules, siamo Vince, siamo Mia. Siamo Tyler e siamo Marla. Volevamo accoppiare questi personaggi incrociando le due opere, ma come saprete, ci manca un nome. Il protagonista di Fight Club non viene mai menzionato, mai, e questo espediente riesce anche nel film.

A proposito di incroci: sapete qual è un altro nome che viene tenuto nascosto fino alla fine dell’opera? Quello della sposa in Kill Bill, sempre di Tarantino. Tra geni forse ci si scambiano le conclusioni, e qua forse si potrebbe scrivere un articolo a parte sul motivo per cui il primo a potere nominare la sposa potesse essere proprio Bill.

Fatto sta che questi personaggi, come tanti altri delle opere eccezionali che di tanto in tanto ci regalano certi autori, vivono in noi e tra noi. Diventano reali nel nostro mondo. Sarà anche per questo che ciò che ha creato Fight Club è stato paragonato a Frankenstein o Mr. Hyde, un doppio che funziona come le creature di un romanzo gotico, che addirittura superano in immanenza il loro stesso creatore, Tyler è più cazzuto del protagonista, e probabilmente Fight Club supererà Palahniuk.

Questi personaggi diventano delle mappe, archetipi per descrivere il mondo, come gli eroi greci lo sono stati per chi c’era prima di noi. Sono reali quanto i nostri amici più lontani che non troviamo mai il tempo di vedere, e li conosciamo così bene che possiamo parlare come loro, “Leggi la bibbia, Brett?”, “Sono la vita sprecata di Jack.”

Scusate se finisco a parlare di cinema in un sito che parla di libri, ma la verità è che è impossibile parlare di Fight Club senza parlare di cinema, perché, non me ne voglia il caro Chuck, se penso a Fight Club penso al film prima che al libro. D’altronde è proprio Palahniuk a dire che se adesso pensa a Tyler Durden, non può che pensare a Brad Pitt.

Ad ogni modo, questo non può che essere un complimento perché quello che ha fatto Fincher, altro materiale pregiato nel mondo cinematografico, è stato prendere l’opera originale e trasporla pari pari. Qualche differenza c’è, di cui la più incisiva è il finale, l’unica forse di cui vale la pena discutere, per il resto siamo in una sorta di trascrittura. I dialoghi sono quelli, le scene, sono quelle. Dite una frase e la trovate nel libro.

Ah, beh, in effetti ce n’è una memorabile che manca totalmente nel libro. Il “Non mi scopavano così dalle elementari”, frase shock pronunciata da Marla dopo una notte con Tyler, in grado da sola di tratteggiare la totale insensibilità di Marla, ma ci torneremo più tardi. D’altronde parliamo di un personaggio che, come il protagonista, che d’ora in poi chiameremo Narratore, ha bisogno di vivere nel dolore per sentire qualcosa. È così che si sono conosciuti Marla e il Narratore, nei gruppi di aiuto per i malati terminali.

Marla Singer era lì. Non aveva il cancro ai testicoli, né la leucemia, né nessuna delle malattie che la gente lì stava cercando di affrontare. Eppure sedeva insieme a loro, parlava, piangeva, recitava il ruolo del malato.

Non mi ha sorpreso scoprire che Fight Club è nato come un racconto, poi diventato il sesto capitolo del libro, perché rileggendolo a distanza di anni, mi sono detto che ogni capitolo sembra quasi un racconto a sé. Funziona interamente nella sua unità di spazio e di tempo, e in effetti questo è lo stile di Palahniuk. Iniziare il capitolo come una cosa nuova, portare avanti il discorso interno con nuove ossessioni e nuove manie, per poi passare ad altro. Tutto insieme, ovviamente, crea un’opera coesa e ragionata, dove ogni singola parola trova collocazione nella storia. Sono il cervello ammirato di Jack.

Ma, come dicevamo all’inizio, di cos’è che parla Fight Club, se non parla di violenza? In una parola, parla di identità. E forse è per questo, che il protagonista di identità ne ha addirittura due.

È solo dopo che hai perso tutto che sei libero di fare qualunque cosa.

La discesa negli inferi del Narratore è la ricerca della generazione X del proprio posto nel mondo. Senza futuro, senza Dio, e senza guerre.

Tra l’altro il film ha persino amplificato questa castrazione, prendendo Edward Norton dopo la sua minacciosa performance in American X e riducendolo a un mollusco del sistema che non pensa di meritarsi un po’ di sesso e qualche sassolino fuori dalla scarpa, pena la dissociazione. Dissociati, è così che si chiamano i membri delle gang che rinnegano la violenza.

Il Narratore non prova niente e non ama nulla, eppure è costretto alla sua insoddisfacente routine oltre la sua volontà. Non gli è concesso di staccare, perché non riesce a dormire. È il prodotto del consumismo il cui unico scopo è alimentare il consumismo. Nessun ideale, nessuno slancio, nessun desiderio. Annichiliti e nichilisti. E così la vita non fa altro che diventare una copia sbiadita su cui non hai alcun controllo. Altri hanno deciso per te.

Tutto è così lontano, una copia di una copia di una copia. L’insonnia ti distanzia da ogni cosa, tu non puoi toccare niente e niente può toccare te.

I figli di mezzo di Dio, dice Palahniuk, spesso senza padri, certamente senza padri adeguati. “Se sei maschio e sei cristiano e vivi in America, tuo padre è il tuo modello di Dio” e “E se non hai mai conosciuto tuo padre, se tuo padre prende il largo o muore o non è mai a casa, che idea ti fai di Dio?” e ancora “Quello che devi considerare” dice, “è la possibilità che a Dio tu non sia simpatico. Potrebbe essere che Dio ti odi. Non è la cosa peggiore che può capitare”.

E’ da qui che si riparte per diventare protagonisti, passando per l’antagonismo, cosa che di certo non è una scoperta dell’ultim’ora. Tyler Durden è l’agente dell’anarchia, l’antidoto a una vita che non ci considera.

Ma identità assoluta o…

Grazie per questa domanda, Tyler. No, intendo dire che non solo parla di identità assoluta, ma anche di identità maschile. Nonostante alcune critiche abbiano dipinto il libro come celebrazione della mascolinità tossica, io penso che fossero gli uomini quelli più in crisi negli anni Novanta, e mentre le donne guadagnavano terreno nell’autodefinizione i maschi lo perdevano e si perdevano.

Decine di pagine del libro che descrivono i protagonisti come due tranquilloni esauriti che non attaccano briga con nessuno fuori dal fight club, vengono riassunti da Fincher con il bullo che li urta in autobus, e loro che neanche lo notano. La parità sessuale tra il protagonista e Marla è chiarissima, e dove lui con lei è manchevole, beh, è matto, mica stronzo.

Parlare di mascolinità tossica in un libro con protagonista uno schizofrenico che si mena da solo, mi pare a dir poco collaterale. Perché non parlare allora del fallimento del sistema sanitario americano, che ha lasciato un malato impazzire tanto da impattare la società? Non si può pretendere completezza da un pretesto narrativo.

Se è un manifesto di qualcosa, è un manifesto del vuoto della generazione X. Sì, soprattutto per i maschi. Forse la crisi per la definizione delle donne, anche quelle coetanee, è arrivata dopo, quando la libertà di autodefinirsi è capillarmente giunta fino a loro – e sì, fa tutto schifo, che ci si muova in doppio standard, è vero – e magari anche loro sono rimaste lì a chiedersi, sì, ma cosa sono se non devo più fare figli, sposarmi, fare la calza a casa?

Non avrebbero scelto un fight club, okay, forse un gineceo di protesta su un’isola lontana, ma sarebbero state smarrite anche loro, garantito. E se qualcuna di loro avesse cominciato a saltare qualche notte di sonno, chissà cosa avrebbe potuto immaginare e scrivere. Probabilmente un certo vuoto è sempre il prezzo che si paga per la libertà. Ma è un buon prezzo, lo sappiamo, lo so.

Se tu potessi essere o il peggior nemico di Dio o niente di niente, che cosa sceglieresti? Noi siamo i figli di mezzo di Dio, secondo Tyler Durden, senza un posto speciale nella storia e senza speciale attenzione. Se non otteniamo l’attenzione di Dio non abbiamo speranza di dannazione o redenzione.

I primi a non essere chiamati a combattere per forza in tutta la storia dell’umanità, sono stati proprio i Gen X. La prima generazione assolutamente non violenta, i primi a non dover respirare una guerra mondiale o le sue conseguenze (beh, finora), i primi obiettori di coscienza – i primi veri, che non dovevano finire in carcere per dimostrare l’obiezione – quelli che diventavano grandi in un’epoca quasi senza attriti sociali, i figli di nuovi genitori non oppositivi. Davanti a loro, una libertà che toglieva il fiato, i primi a respirare quest’aria rarefatta. Rarefatto, poi, significa che la pressione diminuisce.

Ma senza più ruoli chiari, con rituali di passaggio scardinati e cristallizzati, senza più guerre da combattere lontano e da cui tornare più compiuti, la crisi della mascolinità ferita genera il cosiddetto maschio post-industriale, con valori sociali demoliti, lavoro al primo posto degli ideali, edonismo facile, tutto a portata di mano, e tutto anche molto fluido quando questa parola significava solo “tutto molto confuso”, è dagli anni Ottanta che gli yuppies conoscono ogni tessuto disponibile per il loro divano e ogni tipo di carta per il loro biglietto da visita, l’avete letto American Psycho o no? Ma tranquilli, a Breston Ellis e alle guerre che sono mancate ci ritorno fra poco.

Se non reclami la tua umanità diventi una statistica, e altre frasi epiche

Chi ha visto il film è probabilmente stato tratto in inganno dall’epicità di alcune grandi citazioni, o dalla disumanità della perfezione di Brad Pitt a torso nudo che le prende e le dà nello stesso modo – e nello stesso momento, ah-ah. La verità è che nel romanzo le dichiarazioni epiche sono consegnate al lettore senza punteggiatura, e l’unica cosa disumana è il cinismo della continua presa di coscienza. Cioè, parliamo addirittura di coscienza? Fight Club, col narratore schizzato che non sa di essere sé stesso? Sì.

L’iperlucidità sostituisce la coscienza, come l’autodistruzione sostituisce l’automiglioramento, non una sostituzione efficace che garantisce l’arrivo nella stessa destinazione, ma la macchina cammina; guardare fuori per non guardarsi dentro, cercare la verità e insieme cercare il proprio simile, conoscere, riconoscersi, anche nell’annichilimento.

Il dualismo di questa ricerca, è chiaro anche nel libro. Il pacifico e tenero Bob, che cercava di conservare brandelli di sé stesso proteggendo quanto poteva, trova anche lui la sua soluzione nel fight club, per distruggere ciò che è rimasto.

Che poi, se consideriamo la versione del sé in Tyler, il protagonista ha scelto decisamente di automigliorarsi: il maschio alpha che lui non crede di riuscire a essere, la guida autorevole, la potenza sessuale, il disilluso antimaterialista. Sono la performance sociale estrema di, beh, stavolta del Narratore.
Che poi decida di distruggerlo, anche a rischio di distruggere sé stesso dato che non sa se sopravvivrà, è la massima esportazione del principio per cui meglio rompere tutto che tentare di farne qualcosa di meglio.

Tra l’altro, il libro fa al lettore ciò che Tyler fa al narratore. Si prende tutto, per noi non c’è più spazio. Siamo costretti a diventare Il Narratore, per permettere a lui di fare spazio a Tyler. Ci scansa, ci resetta, ci sostituisce. Non ci corteggia con mezza descrizione, non si cura di noi, della nostra comprensione, potremmo non esserci, tanto c’è lui. C’è il libro, e sapete quella cosa rassicurante di dire che le storie non esisterebbero se non esistessero i lettori? Io certe volte penso che questo libro sia come un elemento sulla tavola. Certe volte penso che esista da solo.

Annichilirsi per ridursi, ridursi per riassumersi, riassumersi per definirsi…

La spettacolarità del linguaggio di Chuck Palahniuk è l’assenza del fragore. Spoglio, spoglio, spoglio, riduci, riduci, riduci. Le parole sono nude ma non è un porno, è un’autopsia.

Troppo facile chiamarlo figlio del minimalismo scabro anni Novanta, è un caso che i migliori thriller vengano da quell’epoca postpoppettara e gelatinosa? E’ anche troppo facile agganciarlo a Carver, Easton Ellis, pensate che Palahniuk stesso ha ammesso di essere cresciuto ricopiando i romanzi di Stephen King, il Re della prolissità – tra l’altro Palahniuk e King hanno condiviso per un sacco di titoli lo stesso traduttore, uno strepitoso e compianto Tullio Dobner, traduttore dello stesso Fight Club – quindi agganciarlo a un bel niente, figlio del minimalismo ma nipote del tre per uno delle parole, possiamo chiamarlo al massimo il bastardo che ha portato alle estreme conseguenze l’idea di riduzione – e non quella nelle ricette che scrollate a tarda notte per prendere sonno, Dio santo, da quanto tempo non dormite?

I libri di Palahniuk si leggono come si guarda un incidente per strada. Non fai niente di male ma ti questioni. Ti racconti che il tuo palato non è quello, ma non smetti. E quando ammetti che il tuo stomaco non solo ha fatto il pelo, ma il tuo palato, sì, è decisamente quello, ti senti pure più cazzuto.

Il narratore chiama tutti ossessivamente per nome quando parlano. Tyler dice, Marla dice. E hanno tutti diritto al discorso diretto, alla cornice delle virgolette, tranne lui. In giro poche maiuscole, e anche il fight club non si merita le iniziali in grande. È tutto grigio, sommesso, anche l’angoscia.

La sua critica è spietata nel tenerci le palpebre in su mentre ci mostra lo sfascio dell’eredità boomer, ma non è violenta nell’esposizione. Sicuramente è scettico di fronte al grasso d’occidente – e Tyler Durden fonde grasso per fare sapone – ed è limpido contro la crudeltà sugli animali – e Brad Pitt aveva appena girato L’esercito delle 12 scimmie – ma non grida rabbia, nonostante sia il manifesto del rifiuto (è sì, il primo successo, ma non il primo romanzo giacché il primo vero, Invisible Monsters, non era stato accettato – ancora).

Anche quando non è una copia, tutto è un’eco di un’eco di un’eco.

Fight Club non strilla ma nemmeno sussurra, sarebbe troppo mistico. È la più spoglia didascalia della realtà che mi venga in mente, tanto che ci vuole il cento per cento del cervello acceso per leggerlo. Perdi una sillaba, perdi tutto. Com’è che diceva il tizio del Piccolo Principe, che una cosa è perfetta quando non c’è più niente da togliere?
La disperazione è stata disinnescata. La delusione è stata obliterata. L’eccitazione è fisiologica, inevitabile ed esaltante come la fotosintesi, la vita che ricorda sé stessa per un momento e poi torna nella nebbia.

Un momento è il massimo che ti puoi aspettare dalla perfezione.

Tutto è un’eco di un’eco di un’eco. Eh?

e quindi, definirsi per migliorarsi? Ma non era distruggersi? Forse. Di certo, non era distruggere.

Avendo citato Brad Pitt e le sue 12 scimmie, vale la pena ricordare che tutto il tema del primitivismo, di cui Tyler è un degno avatar, dell’ecofilosofia e del ritorno a zero, del reset della civiltà e in generale il rifiuto del sistema, non veniva certo dai personaggioni che ci siamo trovati online durante il Covid.

Le teorie anti-civilization trottano tranquille da decenni, così come i coscienziosi animalisti nelle cui fila Chuck Palahniuk primeggia – e per le quali viene sbeffeggiato, da gente che probabilmente non ha letto nemmeno mezza riga di suo. Se è l’astinenza dai cheeseburger che ti accende, Chuck, dedicati alle tue insalate e lasciali pure tutti a me. Che poi, non ha mai nemmeno detto di essere vegetariano, l’ha solo fatto dire a decine di personaggi.

Parentesi maggiore, da Ninna nanna: “Tu lo sai perché i sopravvissuti all’Olocausto sono quasi tutti vegetariani? Perché sanno cosa vuol dire essere trattati come animali.”

Parentesi minore, dopo aver letto Se niente importa di Fraer, sono d’accordo sia con la citazione sia con il principio. Maledetti cheeseburger.

Ancora con la retorica sul consumismo e sulla depressione?

La prima regola della retorica è che è retorica, la seconda la potete immaginare e la terza e fondamentale regola della retorica è che segue sempre una domanda: l’argomento è stato risolto? D’accordo, ha scassato i maroni, ma è stato risolto? No. Perfetto. La retorica prosegua. La retorica occorre ancora.

Anna Karenina guida tuttora il giudizio su come non si affronta il disinnamoramento senza che nessuno fiati, e sì che ci innamoriamo da quel dì; spero che Fight Club guidi il giudizio su come non si debba impazzire di normalità, ed è qui da molto meno tempo di quell’altro mattone, con il pregio di essere più breve. Inoltre l’universalità e l’equa distribuzione sociale della domanda “che cazzo stiamo facendo della nostra fortuna?” è dimostrabile nella seguente eguaglianza:

Noi non abbiamo una grande guerra nella nostra generazione, o una grande depressione […] La grande depressione è quella delle nostre vite. Abbiamo una depressione spirituale.
Fight Club, 1996

Tutto questo è la mia punizione per avere la mania di fare shopping in maniera superficiale e materialista […] Mi chiedo cosa ne sarebbe stato della nostra generazione se avessimo avuto una guerra.
Il diario di Bridget Jones, 1995

Mi sembra di non dover aggiungere altro.

A parte una vaga soddisfazione nel ricordare che la Gen X è stata l’ultima a definirsi “una generazione”, dopodiché con l’avvento del millennio e di Internet che impedisce di obliterare il passato, tutti siamo entrati in una sorta di eterno presente e costante presunzione di omogeneità, i venti con i cinquanta e nessuno che accetta di togliersi dai coglioni e lasciar spazio a nuove soluzioni, così tutti restiamo con i vecchi problemi.

Mi chiedo cosa ne sarebbe stato di Fight Club se fosse stato scritto oggi.
Io, 2026. A proposito di retorica.

Tutto continua a essere un’eco, di un’eco, di un’eco.

Saresti una persona diversa?

Nel romanzo si dice a un certo punto: La maggior parte di quelli che vengono al fight club ci vengono per via di qualcosa contro cui hanno paura di combattere. Dopo qualche combattimento hai molta meno paura, e mi viene in mente la turista ubriaca che mi confessò di perseguire attività erotiche non proprio ordinarie, e che questa sua doppiezza segreta la faceva sentire più forte che mai. “La mattina vado al mio schifoso lavoro e penso, che cazzo mi frega, io il mondo lo divoro.”

Allora è questa la forza che occorre nell’Occidente del venti, ventunesimo secolo? Quella di superare i tabù? Il tabù della donna è il sesso, quello dell’uomo la violenza? È per questo che Marla Singer si comporta come si comporta, e possiede un dildo più alto della mia cesta dei panni sporchi? È questo il fight club delle donne? Forse guardando da lontano. Però pensateci bene. Pensate più da vicino. Chi sareste domani mattina, se oggi riusciste a sconfiggere il vostro più grande tabù?

Raymond K.K. Hessel, la cena di questa sera avrà un sapore fantastico come nessun pasto che hai mai mangiato e domani sarà il giorno più bello di tutta la tua vita.

La chiesa di Tyler Durden e la ribellione contro la Storia

È un peccato che quando si arriva al progetto Mayhem il romanzo sia già in discesa libera verso l’epilogo, perché a quel punto si comincia a tifare, a preoccuparsi, a presagire disastri, e secondo me si perde un po’ l’aspetto surreale della miscela spiritualità-empowerment, e non posso non pensare che sia una critica voluta.

Alla base di un culto che inneggia al delirio motivazionale e alla disciplina, ma per giungere all’anarchia, ci sono tutti i principi di un culto religioso: i rituali, quelli liberatori ma anche quelli dolorosi, l’obbedienza cieca, la fiducia nella figura del capo così incondizionata da diventare fede, la dottrina da ripetere, imparare, con cui evangelizzare, con cui riconoscersi. Non vi girereste all’improvviso se in piena Tokyo qualcuno dietro di voi cominciasse a sgranellare un Ave Maria? Non vi davano l’impressione di sentirsi salvati, i membri del progetto Mayhem, molto di più di quelli del fight club, che si sentivano solo liberati?

È letterale ed evidente che il protagonista abbia sostituito i gruppi di supporto prima col club, poi con il progetto. Palahniuk, che li ha frequentati, le considera chiese laiche, pertanto doveva esserci in questa sostituzione un valore di equivalenza. Chiesa per chiesa. E non bisogna disdegnare il valore negativo dietro la parola chiesa, intesa come organizzazione, organigramma, ma anche struttura che deve essere mantenuta. I gruppi di supporto si reggevano sul consumo emotivo, cannibalizzando i sentimenti del proprio partner di abbraccio per sentirsi meno soli nella mortalità.

La nuova chiesa tyleriana del club prima e del progetto poi, distrugge questo consumismo emotivo come si propone di distruggere quello materiale, e torna tutto. D’altronde il potere spirituale se l’è sempre vista brutta contro il potere temporale, anche se è uno schizofrenico bipartisan ad alternare le distruzioni. Così le emozioni sono abbastanza bandite dal progetto Mayhem. Nel mondo post-progetto, che non vediamo perché il libro si interrompe prima, forse, probabilmente sarebbero state obliterati i circuiti sociali stessi. E più avanti, that’s anarchy, baby, una distruzione dopo l’altra, anche la libertà stessa.

Volevamo liberare il mondo dalla storia.

Inoltre lo stesso Palahniuk ha dichiarato più volte in merito al progetto Mayhem anche una certa satira di quello che mi piace chiamare il male puro, la tendenza al self-help, l’autoaiuto che oggi rincoglionisce i social, che sarà pure iniziato innocentemente con le videocassette per dimagrire di Jane Fonda, ma che ha ridotto il mondo occidentale a una pletora di sottoni.

Ma, ehi! Abbiamo dimenticato di parlare davvero di violenza

Tanto ci scandalizza e tanto ci oltraggia, ma da dove nasce questo bisogno di raccontarla? Bisogna parlarne in quanto parte della vita? Sempre a proposito di retorica, la natura è la prima forma di violenza: abbiamo decorato con mobili svedesi spazi che non chiamiamo più rifugi ma case, e riempito i frigoriferi di cibi che non chiamiamo più prede ma pasti. Ci abbiamo avvolto un velo di plastica intorno ed è diventato come se gli animali fossero coltivati, al pari delle mele in confezioni da quattro sulla vaschetta di polistirolo.

Ma quando i cinghiali si spingono in mezzo alle strade non siamo più sicuri, quando gli orsi scendono dalla valle le nostre case tornano a chiamarsi rifugi. Come durante una tempesta impazzita che sferza alberi, insegne e pensiline. “Riparatevi in casa e uscite solo se necessario”. Volano lamiere, si allagano sottopassi, la gente viene trascinata via. Ma allora la realtà è violenta? Abbiamo costruito una non-realtà in cui vivere, siamo noi gli schizzati che non vogliono vedere il fallimento?

Semplicemente non possiamo ignorare l’esistenza della violenza. Dobbiamo essere coscienti che un pugno sul naso ci stende e ci può portare via qualsiasi cosa, nel bel mezzo del nostro modello fatto di stipendi e garanzie e sussidi. Ma ancora di più, non possiamo trascurare la violenza che precede lo schianto: non le mascelle rotte ma il pugno che arriva.

Quanto di quello che chiamiamo violenza è in realtà paura? Quanto troviamo violento il comportamento menefreghista del Narratore quando comincia a non avere più paura di niente? Lui non ha paura, noi sì. Lui è un violento. Quante cose di cui abbiamo paura non sono fondate sul plausibile ma sul differente? Così come Tyler appare violento a lui, e lui eravamo noi, prima di comprendere che Tyler semplicemente non aveva nulla da perdere.

Certo, perché non esisteva, ma non facciamo i fiscali che abbiamo quasi finito.

Fight or flight club

C’è anche un certo fascino nella violenza, già da bambini, per quanto la temevamo, c’era quella parte di esaltazione e bisogno di conoscerla, attraverso i film e tutto quello che arrivava, avevamo l’intuizione che comprendere la violenza ci avrebbe permesso di comprendere il mondo adulto, quello da cui la società ci metteva al riparo. La cosa a cui stare attenti, perché sennò.

Ma non è su questo fascino, che Palahniuk fonda la sua narrativa. Palahniuk è sì, spietato, ma non per questo sadico. È un documentarista senza giudizio. Sta a guardare come spesso stanno a guardare i suoi protagonisti. Ed è pure meglio di noi, che ci scriviamo sopra, proprio come spettatori di un incidentaccio, come dicevamo ottomila parole fa.

Lui è il reporter dei suoi personaggi che sono i testimoni della loro storia. Noi siamo i voyeur di tutti loro. Ci piace lo snuff? No, ma vogliamo sapere. Guardi l’incidente per sapere che non è toccato a te, leggi questa roba per sapere di essere dall’altra parte dell’asticella, dalla parte dei buoni. Ma la verità è che guardi soprattutto per apprendere, e intanto ti dici che esorcizzi. Io dico che duecentomila anni di evoluzione combattono contro pochi decenni di civiltà relativa, e dico che da una parte leggo Pinker che la chiama l’epoca più pacifica della storia, e dall’altra leggo Harari, che mi fa venire voglia di comprare un’isola.

Che poi in certe storie la violenza diventa persino necessaria, nel senso di coerente. Gangster e criminali non possono essere rappresentati come chierichetti, così come i personaggi nei libri di Palahniuk, che non sono quasi mai dei delinquenti nel senso comune, ma sono così immersi in atti deplorevoli che per forza di cosa devono agire senza scrupoli. E questo ci porta alla seconda considerazione sulla violenza.

Bagni di sangue, pile di cadaveri e immagini di morte sono certamente cinematografiche, ma le possiamo vedere anche come un modo pigro e diretto di rappresentare l’altra parte della violenza, quella psicologica. Chi è che diceva che se sei un bravo regista, la scena violenta la riesci a meritare? Ah, ma che importa.

Comunque, a meno che non stiamo guardando o leggendo un horror da teenager, in una storia, tanto è feroce la violenza fisica, tanto lo sarà quella psicologica. Per scuotere gli animi dal torpore bisogna scioccare, e il primo modo per farlo è un bello schiaffo cinematografico. Funziona certamente meglio di un uomo triste, che guarda fuori dalla finestra di camera sua, mentre fuori piove un cielo grigio. Anche perché diciamolo, oggi non è tanto scioccante, bensì il modo in cui iniziano e finiscono le giornate di molti di noi.

Un grande film che alla sua uscita scosse le sale fu il coreano Old Boy di Park Chan-Wook. Magistrale, toccante, non risparmia nulla. In una scena piuttosto famosa, il protagonista lancia un martello in direzione del suo nemico, e la telecamera lo segue perfettamente mantenendolo al centro dell’inquadratura, addirittura ruotando insieme a lui. Bene, a distanza di vent’anni io non ricordo dove si conficca quel martello. Immagino che sia stato impressionante, disgustoso persino. Ma niente, non ha scavato niente in me.

Quello che invece ricordo con certezza è la punizione inflitta al protagonista per alcuni fatti, in quel momento sconosciuti persino a lui. Una punizione nient’affatto fisica. L’aguzzino non ha fatto altro che segregare il protagonista per una quindicina di anni, per poi rilasciarlo e aspettare che le cose accadano. Niente violenza. Niente sangue. Solo disperazione prima, e annientamento poi. Quello è lo shock più grosso, quella è la violenza che ci voleva mostrare il regista.

Un martello che vola seguito dalla telecamera? Virtuoso, ma ininfluente. L’annichilimento di un essere umano? Quasi intollerabile. Quei quindici anni erano lo schianto che precedeva il pugno. Il tempo viene ripagato con la carne, ma cosa vale di più? Cos’è stato più violento?

La violenza non è un’estetica, è un carburante. Non in-trattiene in sé, ma rivela fuori da sé. D’altronde, se il male non fosse possibile, nessuno di noi saprebbe più distinguere un confine. È per questo che il cattivo di Old Boy rinchiude il protagonista, per limitarlo. È per questo che riceverà una martellata, forse in faccia, quindici anni dopo, per essere a sua volta limitato. Ed è per questo che il Narratore di Fight Club, pur nel suo corpo e nella sua coscienza di placido non violento, si getta coi pugni fra i pugni, per ricordarsi e sentire nella viva carne dove finisce lui e dove comincia il resto del mondo. Meno violento o più violento di comprare un’isola o diventare un hikikomori?

Su una linea temporale sufficientemente lunga, il tasso di sopravvivenza di tutti scende a zero.

In una linea temporale sufficientemente lunga, qualsiasi trauma sarebbe risolto. Ma in un tempo infinito tutto sarebbe una copia di una copia di una copia. In altri termini senza mortalità non avremmo sentimenti, o per lo meno non avremmo gli stessi. Il corpo è il nostro sacrificio. Una misura che, come il tempo, può suolo ridursi. Se ci rompiamo un osso sarà rotto per sempre, se perdiamo un anno sarà perso per sempre. E non voglio nemmeno aprire il discorso sulla violenza con cui ci siamo imposti un modello lavorativo che collassa le nostre vite in un cubicolo, per la maggior parte delle nostre ore da svegli, ci credo che uno finisce a generare un’altra persona per vivere al posto suo, almeno qualcuno combina qualcosa – a proposito di perdere un anno, perderne quaranta che grado di violenza è?

Ad ogni modo, questa è la violenza. Qualcosa di noi che perdiamo per sempre. Per questo occhi cavati e denti saltati ci tramortiscono. Per questo in Fight Club, la rivoluzione passa per l’annientamento del corpo.

Solo dopo che hai perso tutto sei libero di fare qualsiasi cosa.

In un tempo sufficientemente lungo la vita sarebbe uno stato di trance perpetuo. L’insonnia del protagonista è la metafora della totale assenza di empatia e sentimenti in una vita pur contata qualcosa, inutile poi correre a consumare emozioni takeaway nei gruppi, o grandi abbuffate emotive nelle ribellioni. Quando tutto diventa una copia di una copia di una copia, alla fine la vita si ribella alla non vita. Persino il Narratore, alla fine, rivela il suo bluff. Segno che anche la sua soluzione, alla fine, era diventata l’ennesima trance.

E poi in Fight Club la parte pericolosa arriva proprio quando smettono di menarsi, il che mi fa osservare con un certo sospetto sia quanto è frustrata la mia generazione – fra quanto ci inventeremo un doppio che dice e fa le cose che noi tratteniamo? – sia quanto sempre di più si demonizzi il confronto diretto col prossimo (e intendo dire, c’è gente che non risponde più al telefono perché considera la cosa un’aggressione violenta). Sento un po’ di responsabilità per ciò che abbiamo fatto della nostra immensa fortuna, di nascere in un’epoca che da noi non aveva grandi pretese.

Saremo anche stati la prima generazione a non volere la guerra, ma fra trecento anni, quando vivremo attaccati alla realtà iper-aumentata, sinceramente io qualche piccola rivoluzione me la auspico. Anche se una rivoluzione fosse violenta, voglio dire, nei limiti di qualche pezzo di vetro a terra, un paio di congiuranti ai danni del sistema, con due cazzotti in giro si potrebbero risollevare la partita. Fossimo pure costretti a tirarceli da soli.

“Fight Club” di Chuck Palahniuk, edizioni Mondadori.

Alessandro Pomili
Giovanna Vizzaccaro

Malditesto

Tenere fuori dalla portata dei bambini

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