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“Malbianco” di Mario Desiati: l’eredità ingombrante del trauma

“Malbianco”, l’ultimo romanzo di Mario Desiati, inizia con uno svenimento. Inspiegabile clinicamente, certamente frutto di un disagio di altro tipo. È solo l’ultimo tassello di una serie di disturbi d’ansia su cui il protagonista, Marco Petrovici, quarantenne pugliese emigrato a Berlino, cerca di riflettere per venirne a capo: lui vuole star meglio, vuole trovare la pace.

Bianco come la luce, gelido come il buio

Mario decide, per questo, di tornare in Puglia, dai genitori Use e Tonia. Qui decide di fermarsi perché è convinto che è nelle sue radici familiari che va cercata l’origine del suo disturbo altrimenti inspiegabile. Ma le radici non son semplici da dissotterrare: nella sua famiglia i segreti son tanti, come le reticenze e le omissioni: i Petrovici da dove arrivano davvero? Qual è la storia del nonno Demetrio? E quella dello zio Vladimiro? Come si intrecciano con la seconda guerra mondiale, con l’8 settembre? Come tutte queste vicende hanno condizionato e plasmato le sorti della famiglia? E perché, soprattutto, nessuno ne parla?

Il romanzo è composto da quattro sezioni di cui una, l’ultima, una bibliografia dettagliata che supporta la parte di ricerca storica. Ma Desiati parte da uno spunto, da un assunto: per curarsi, per capire le ragioni dei propri traumi, siano essi fisici o mentali, è necessario scavare a fondo, ricostruire l’anamnesi, interrogarsi. Il trauma, come alcune malattie che si attaccano all’anima e alle ossa è ereditario. Siamo il frutto di quello che è stato prima di noi, e, ciò che rimane sommerso, non detto, ciò che non conosciamo, ma riguarda da vicino la nostra storia, la nostra vita, la parabola fondativa della nostra famiglia, ci plasma e ci forma anche quando ne siamo ignari. È forse per via di questa verità universale che la storia di Marco Petrovici ci colpisce, ci tocca nel profondo nel profondo.

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La forza di Desiati è quella di dipingere con poesia un mondo di verità scomode che spesso abbiamo celate davanti al nostro sguardo. Marco Petrovici ci parla in prima persona, con i suoi disturbi d’ansia, la sua necessità di scoprire di che materia è fatta la sua storia. Un personaggio in cui ci si può calare, la sua quest, la sua recherche ci porta subito con lui.

Il risultato è che non si può stare distanti, si vuole con lui cercare di sconfiggere il malbianco che avvolge le radici del suo albero genealogico. Altro non è che la patina bianca che copre il trauma dei progrom e quello degli internati militari italiani. L’orrore della follia della guerra.

Un bis che non ricalca, bensì celebra

I temi storici e la ricostruzione rendono questo libro molto denso, molto doloroso, molto faticoso. Ma chi aveva amato molto Spatriati (Einaudi Editore, vincitore del Premio Strega 2022, lo abbiamo recensito qui e qui), ritroverà alcuni elementi, che sicuramente lo faranno sentire a casa. Il tutto restando di fronte alla novità dell’operazione che Desiati ha messo in atto in questo nuovo libro.

Anche in Malbianco ritroviamo Berlino. Il fascino di questa città, almeno in letteratura è evidente. La città c’era già anche in Spatriati, ma la ritroviamo, per esempio, come luogo in cui andare in cerca di un lavoro culturale digitale e nomade, anche in Vincenzo Latronico giusto per citare un altro autore italiano contemporaneo, che permette alla nostra letteratura di sentirsi internazionale ed europea come mai prima.

Anche in Malbianco ritroviamo la Puglia, la campagna. Il ritorno alla terra di origine, così perfida e crudele per l’inventario di tutto ciò che il Meridione d’Italia toglie ai suoi figli, ma così insostituibile per tutto ciò che dà a partire da sapori, colori, emozioni.

Anche in Malbianco ritroviamo la famiglia. Ancora una volta. Intesa come radici, come terra di origine, come luogo di segreti da sciogliere, di verità da dissotterrare. Come posto a cui si guarda con nostalgia, ma in cui si stava scomodi, scomodissimi, al punto da volerne/doverne fuggire, salvo poi voler/dover perennemente ritornare.

Seppure alcuni elementi siano familiari (come pure è familiare al lettore italiano l’humus storico in cui la vicenda è inserita, se non proprio il dettaglio cronachistico della vicenda), non si può dire che sia un libro semplice; e probabilmente non è adatto a tutti. Ma chi ama la scrittura lirica e poetica non potrà non rimanere impigliato nelle pagine di Malbianco, desiderando, dopo aver letto l’ultima pagina, dopo il finale, ricominciare a leggere da capo con la consapevolezza del poi.

Spesso si dice che gli scrittori tendono a scrivere sempre lo stesso libro. Ecco, Desiati ha replicato l’incanto, ma – impresa non semplice – non ha ricopiato se stesso.

Malbianco” di Mario Desiati, Einaudi, 2025. 

Redazione

Redazione della pagina web www.thebookadvisor.it

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