Libri in pillole

“Vite che non sono la mia” di Emmanuel Carrère: recensione libro

Ci sono dolori davanti ai quali sentiamo tutta la nostra impotenza. Sofferenze che vorremmo alleviare, che faremmo di tutto per far scomparire se avessimo una bacchetta magica, ma che invece rimangono lì, e si gonfiano come ombre nere che non possiamo far altro che osservare a testa bassa, in attesa che gradualmente si dissolvano, nonostante le vediamo ridurre in macerie persone a noi care. Perché la morte è un avversario che non possiamo sconfiggere, e il dolore che porta apre squarci che sebbene si risanino lasciano cicatrici indelebili sul cuore.

In Vite che non sono la mia Emanuel Carrère parla di vita, di morte, di dolore, di sofferenza, del terrore della perdita e della perdita stessa, che arriva come una palla di cannone che devasta la vita di chi non sarà mai pronto a proseguire il cammino da solo. E lo fa raccontando due storie: quella di uno tsunami che colpisce lo Sri Lanka nel 2004, che lascia dietro di sé morte e distruzione, e quella di Juliette, la sorella della moglie, e della sua lotta contro il cancro. Due eventi che segnano profondamente la vita di Carrère, perché lo mettono davanti a vite che non sono la sua, ma che sono intrise di dolore, di sofferenza, di tribolazione. Avere a che fare col dolore degli altri significa provare a immedesimarsi, cercare di capire cosa significhi la sofferenza che possiamo vedere con gli occhi e parzialmente sentire per osmosi sulla nostra pelle, ma che non sarà mai come quella che prova chi è chiamato a viverla da protagonista.

Qui per ascoltare l’audio recensione:

“Da sei mesi a questa parte, ogni giorno, di mia spontanea volontà, passo alcune ore davanti al computer a scrivere di ciò che mi fa più paura al mondo: la morte di un figlio per i suoi genitori, quella di una giovane donna per i suoi figli e suo marito. La vita mi ha reso testimone di queste due sciagure, l’una dopo l’altra, e mi ha assegnato il compito, o almeno io ho capito così, di raccontarle”.

È per questo motivo che ho particolarmente apprezzato la lucidità con cui Carrère tratta argomenti difficili come la paura della perdita, l’estrema sofferenza di chi ha perso, la morte. Perché in questo libro non c’è la spettacolarizzazione del dolore, né la ricerca del sensazionalismo o del colpo a effetto per inchiodare il lettore sull’albero della pietà. La narrazione non ha l’obiettivo di spiegare cosa sia il lutto, che è qualcosa più grande di noi, ma semplicemente di descriverlo, di narrarlo, mettendoci davanti all’estrema fragilità della vita, e ne risulta una lettura profonda, intensa, coinvolgente e sì anche dolorosa.

Vite che non sono la mia” di Emmanuel Carrère, Edizioni Adelphi. Libri in Pillole.

Alessandro Oricchio

Docente e ricercatore di Lingua Spagnola, giornalista pubblicista iscritto all'Odg del Lazio. Amante dei libri, dei viaggi, del calcio, della lingua spagnola, del mare e della cacio e pepe.

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