Libri in pillole

“Saper perdere” di David Trueba: l’arte di accettare la sconfitta senza chiamarla fallimento

Ci sono libri la cui forza non risiede nella trama, tantomeno nella struttura o nella particolareggiata caratterizzazione dei personaggi: giustamente si potrebbe osservare che, tolti questi elementi, che in genere costituiscono l’ossatura stessa di un romanzo e ne determinano buona parte del valore letterario, rimane ben poco per valutare positivamente una narrazione.

Eppure “Saper perdere” di David Trueba è un libro che a me è piaciuto molto, malgrado né trama, né struttura, né personaggi rappresentino davvero il suo punto di forza: perché è un romanzo in grado di generare continue riflessioni avvolte da un impercettibile velo di tristezza, morbido, in alcuni momenti anche confortevole per quanto soffice, ma che progressivamente si rivela essere il prodotto di un disagio costante e di un’inquietudine sempre più marcata, destinata a trasferirsi lentamente e silenziosamente dai protagonisti al lettore.

A dominare la narrazione è praticamente una famiglia intera: Leandro e Aurora, genitori di Lorenzo, padre di Sylvia, una diciassettenne alle prese con la separazione dei propri genitori e con quella fase sospesa della vita in cui l’adolescenza sta per dissolversi, lasciando intravedere le prime responsabilità e criticità dell’età adulta. Tre storie autonome, apparentemente distanti, ma che si incrociano e si intrecciano, insieme a quella di Ariel, giovane calciatore argentino arrivato a Madrid per giocare in una squadra della massima serie, che entra con forza nella vita di Sylvia dopo un episodio che non anticipo.

Presentata così la trama potrebbe sembrare persino ordinaria, e invece Trueba riesce a costruire un romanzo che analizza il disagio nelle sue forme più diverse e quotidiane: quello di un’adolescente divisa tra scuola, desideri e primi amori; quello di due anziani che vedono la propria vita perdere progressivamente energie e prospettive; quello di Lorenzo, abbandonato dalla moglie e costretto a ricostruire da zero un’esistenza che immaginava diversa; quello di un giovane argentino che, a vent’anni, viene catapultato in un mondo, quello calcistico, fatto di interessi personali e inganni. Disagi differenti, certo, ma accomunati dallo stesso filo conduttore: la necessità di saper perdere, di imparare a perdere, ovvero di accettare quei momenti in cui le aspettative si sgretolano, i progetti vanno in frantumi e resta soltanto la difficile gestione della frustrazione che accompagna la sconfitta. Perché, a ogni età e in ogni condizione, il fallimento sembra presentarsi sempre con gli stessi tratti: senso di smarrimento, malinconia, rabbia trattenuta e la faticosa ricerca di un nuovo equilibrio.

Personalmente, ho apprezzato molto questo libro che, come detto all’inizio, probabilmente non sarà un capolavoro della letteratura contemporanea e forse non ambisce nemmeno a esserlo, ma possiede una qualità rara: quella di raccontare la normalità delle persone senza artifici, riuscendo a trasformare piccoli dolori quotidiani e silenzi apparentemente insignificanti in qualcosa che continua a riaffiorare anche dopo l’ultima pagina. E quel senso di inquietudine costante, poco alla volta, si trasforma in una riflessione diversa: imparare a perdere significa anche smettere di chiamare ogni sconfitta “fallimento” e riconoscerla, più semplicemente, per ciò che è: una normale e fisiologica sconfitta.

“Saper perdere” di David Trueba, edizioni Feltrinelli.

Alessandro Oricchio

Dottorando in studi politici Sapienza Università di Roma, speaker di Teleradiostereo, giornalista pubblicista iscritto all'Odg del Lazio. Amante dei libri, dei viaggi, del calcio, della lingua spagnola, del mare e della cacio e pepe.

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