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“Come Dio comanda” di Niccolò Ammaniti: la recensione

Il romanzo “Come Dio comanda” di Niccolò Ammaniti è uno di quei libri che lasciano addosso qualcosa anche quando si vorrebbe dimenticarli. Vincitore del Premio Strega 2007, racconta una periferia immaginaria del nord-est italiano fatta di capannoni, centri commerciali, fango, boschi e vite ai margini, un mondo dove la violenza sembra sempre pronta a esplodere da un momento all’altro.

“Tre giorni prima, Dio e Satana in persona si erano messi d’accordo per complottare contro di lui”

Al centro della storia ci sono Rino Zena e suo figlio Cristiano. Rino è un uomo violento, alcolizzato, rabbioso, incapace di vivere davvero dentro la società, mentre Cristiano è un ragazzino cresciuto troppo in fretta che continua ad amare quel padre nonostante tutto.

Ed è proprio il loro rapporto il cuore del romanzo: un legame tossico, disperato, sbagliato, ma raccontato con una forza che spesso riesce a essere persino dolorosa. Gli altri personaggi sono forse strumentali per descrivere l’assurdità degli intrecci delle loro vite ma agiscono, subiscono, vivono (e muoiono) molto più dei due protagonisti.

Ammaniti costruisce la storia attraverso capitoli brevi e linee narrative che si intrecciano lentamente fino alla lunga notte del temporale, vero punto di svolta del libro. Qui emerge tutta la componente quasi cinematografica della sua scrittura: la pioggia incessante, il buio, il freddo, le strade deserte, i personaggi persi dentro vite miserabili creano un’atmosfera opprimente che trascina avanti la lettura con una tensione continua.

Si intravede nel fumo indefinito il contrasto tra lasciarsi vivere nel grigio di un demandare continuo alla pura resistenza contro le avversità, contrapposto all’affidarsi totalmente alle Alte Sfere – anche molto comodamente, viene da dire, alla stregua di un Tiktok made me do it!, o come quei momenti in cui lanci un canestro perfetto con un foglio appallottolato e ti dici “Se ne faccio 3 oggi mi andrà tutto bene!”. Ma per le riflessioni tra spirituale e scaramantico di Ammaniti forse è meglio rimandare alla sua serie “Il miracolo“).

Dal punto di vista degli intrecci e delle scelte è difficile negare il talento dell’autore. Dialoghi dialoghi dialoghi, avvenimenti, tutto si snoda, tutto accade. Alcune scene sono molto visive, i personaggi sembrano scritti a mano libera con penna sottile, di quelle penne che tagliano il foglio e forano anche le dita se non si sta attenti, e il romanzo riesce davvero a dare l’idea di un’umanità ferita, sporca, rabbiosa e incapace di salvarsi da sola. Però, almeno per me, questa è stata anche una lettura molto dura da affrontare.

Non perché pensi che la narrativa debba evitare certi temi o censurare il male. Al contrario, la letteratura serve anche a offrire spunti di riflessione su ciò che non ci ha toccato ma esiste, ciò che non esperiremmo senza la fiction. Ben venga tutto, ma non per tutti. L’ingiustizia come sensazione superstite non è un’esperienza di lettura dentro cui tutti gradiscono trovarsi.

Ci sono momenti che si fa fatica a leggere e che angosciano fino alla fine, fin dopo che sono passati, perseguitano letteralmente. Per molti è un segno di coraggio narrativo; per altri diventa emotivamente respingente, quasi insopportabile. Ma invoco la libertà di ognuno di godersi ogni pagina, ogni sillaba.

Non si può negare ad Ammaniti il proprio guadagnato titolo, la sua capacità di costruire storie e atmosfere, e nemmeno gli mancano la goliardia e la leggerezza (qui ne abbiamo parlato): capisco perché molti lettori amino profondamente, oltre che la sua penna in genere, questo specifico romanzo. Ma per me il dolore raccontato ha finito per sovrastare tutto il resto.

Ho chiuso il libro con sollievo, e sinceramente – nonostante non fossi allineata con la conclusione senza scampo, senza redenzione, senza punizione (il ragazzo era buono? Ha una speranza, ancora? E tutto ciò che è stato, a cosa è servito?) non ho voluto nemmeno riaprire le ultime pagine per riformulare un’opinione diversa. Ha saputo descrivere la provincia? Sì. La disperazione? Sì. Il dolore? SI. Desidererei non averlo mai letto in vita mia? Anche.

Come Dio comanda” di Niccolò Ammaniti resta comunque un libro potente, feroce e impossibile da ignorare. Si può amare oppure respingere, ma è innegabile che ci voglia del pelo sullo stomaco. Ne esiste un’omonima trasposizione cinematografica, con la regia di Gabriele Salvatores ed Elio Germano nel ruolo più controverso del romanzo.

“Come Dio comanda” di Niccolò Ammaniti, edizioni Einaudi.

Redazione

Redazione della pagina web www.thebookadvisor.it

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