“Che la festa cominci” di Niccolò Ammaniti: tra satanisti e campioni olimpici

Devo ammettere di avere problemi con i nomi grossi. Sono refrattario al marketing: più mi presenti una cosa e meno la voglio avere. E non vi sto a elencare quante volte mi è successo di perdermi cose fatte apposta per me per questo motivo. A quanto pare “Che la festa cominci” di Ammaniti è una di queste. Sì, lo so che è famigerato, oh, che ci volete fare, l’ho sempre schivato, ho ceduto solo a “Il miracolo” che tra l’altro mi era piaciuta un bel po’.
Però i libri fanno sempre giri strani, e alla fine quello che ho capito è che più che circondarsi di letture bisogna circondarsi di lettori. Qualcosa di bello esce sempre fuori. È stato il caso di “Che la festa cominci”, che mi ha rapito dalle prime pagine con delle premesse assurde, per finire in modo ancora più surreale. Probabilmente ho sempre frainteso Ammaniti, ma per averne certezza bisogna esplorarlo meglio, cosa che a questo punto è diventata più che doverosa.
Che la lettura cominci
Ma cos’è che mi ha mandato in solluchero di questo romanzo? Decisamente la storia e il suo ritmo. La scrittura è molto più diretta e popolare e frizzante di quanto mi aspettassi. Pane per i miei denti. Ma partiamo da alcuni dei personaggi principali. Il più rappresentativo forse è Mantos (Saverio Moneta), il fondatore della setta satanica “Le Belve di Abaddon”, una sgangherata combriccola di inetti che cerca di farsi spazio nel centro Italia. Mantos ha grandi ambizioni per il suo gruppo, ma non riesce a emanciparsi né dalla moglie né dal genero. Entrambi lo annullano, la prima a casa, il secondo al lavoro. Questa è una delle situazioni più riuscite del libro pur viaggiando sul filo dell’assurdo. Riesce addirittura a farci stare dalla parte di Mantos (e dei suoi seguaci), che sarà sfigato, sì, ma nient’affatto innocuo.
Trova la forza per dare una svolta alla sua vita dopo aver rifiutato di entrare nella setta più famosa d’Italia, quella che si può definire setta vera (In Italia a quanto pare di sette è pieno così ). Con quel “No” afferma la sua volontà e decide di ricavarsi un ruolo di primo piano, sia in famiglia che nel mondo. E per coronare le sue ambizioni, trova anche il sacrificio perfetto, la cantante Larita. Larita che ha iniziato la carriera cantando death metal e adorando Satana, per ritrovarsi battezzata a cantare per il Papa. La traditrice.
Il suo omicidio – sacrificio se siete satanisti – avverrà alla grande festa organizzata da Sasà Chiatti, un miliardario megalomane che rileva Villa Ada a Roma con tutto il parco annesso. Diventerà la sede dell’evento più memorabile ed esclusivo mai tenuto, con safari, giochi e banchetti a tema. In chiusura fuochi artificiali e la bella voce di Larita.
C’è almeno un altro personaggio di cui vale la pena parlare, altro protagonista che suo malgrado si ritroverà alla festa, lo scrittore di successo Fabrizio Ciba. Un donnaiolo sempre bisognoso di conferme, sia come uomo che come scrittore. Dopo la giornata peggiore della sua vita dove perde praticamente ogni cosa, finirà col cercare qualche opportunità alla festa di Sasà, situazioni che lui in genere svicola senza pensarci due volte. Ma tra gli invitati c’è anche quel bel pezzo di gnocca di Simona Somancini, e sembra che ci sia un sospeso tra loro. Quale migliore occasione? Però, se la penna di Ciba è granitica e convinta, molto meno lo è il suo cuore, che come quello di un adolescente passa da un amore a un altro nel giro di pochi minuti. Il tempo di fare la conoscenza di Larita, di cui sopra.
Volevamo stupirmi con effetti speciali
La storia segue e intreccia questi due punti di vista. Quello di Mantos che pianifica e mette in moto il piano per uccidere Larita, e quello di Ciba che, cercando di evitare tutte le seccature della festa, cerca di sfilarsi e portare SimonaLarita nella villa al mare. Questi presupposti da soli basterebbero da soli a reggere il romanzo, ma la verità è che c’è qualcosa di ancora più grosso. Qualcosa di ancora più eccezionale persino dei tre safari preparati da Sasà con belve e piante esotiche. Qualcosa che è meglio che il lettore scopra insieme ai personaggi (e sì, ha a che fare con il titolo dell’articolo).
Ammaniti con questo romanzo getta il lettore in un mixer riempito di curiosità e piacere che via via aumenta di intensità facendo un baccano incredibile. Dosa sapientemente il ritmo e tiene in piedi una trama coerente, per quanto assurda, e lo fa con una spontaneità invidiabile.
Se cercate una lettura vivace e spensierata fermatevi pure qua.
Gli occhi neri gli erano diventati rossi, riflettevano le fiamme del forno delle pizze. – Ora discepoli onoratemi!
Gli adepti abbassarono il capo. Il leader sollevò gli occhi al soffitto e allargò le braccia.
– Chi è il vostro padre carismatico?
– Tu! – dissero in coro le Belve.
– Chi ha scritto le Tavole del Male?
– Tu!
– Chi vi ha insegnato la Liturgia delle Tenebre?
– Tu!
– Chi ha ordinato le pappardelle alla lepre? – fece il cameriere con una sfilza di piatti fumanti sulle braccia.
– Io! – Saverio allungò una mano.
– Non toccare che scottano.
“Che la festa cominci” di Niccolò Ammaniti, Einaudi, 2009. Malditesto.




