“Il cielo è nero la terra blu” di Rossella Sorbara: un libro che fa male e bene contemporaneamente

Per questa recensione vorrei partire dalla fine, ovvero dal mio commento conclusivo: fatevi un regalo, leggete questo libro. Leggetelo perché Il cielo è nero la terra blu è un romanzo di una bellezza disarmante, perché riesce a concentrare nello stesso medesimo punto il dolore e la speranza, la sofferenza più lacerante, di quelle che fanno uscire le lacrime dagli occhi, perché da qualche parte quel dolore deve pur uscire, e un’ironia delicata, che diventa uno strumento di resistenza contro le crudeltà del mondo, contro chi ferisce attraverso le parole, i silenzi, gli atteggiamenti, i gesti compiuti e quelli mancati, contro chi esclude, isola e giudica non soltanto per ignoranza o ristrettezza di vedute, ma anche perché prigioniero delle proprie fragilità, delle proprie paure, delle proprie ferite.
Tutto questo è concentrato nella figura di Nicoletta, una bambina di tredici anni che vive in un piccolo paese costantemente avvolto dalla nebbia, una nebbia che non è soltanto atmosferica, ma che diventa il simbolo di un luogo che appare isolato, immobile, profondamente provinciale. Ed è dentro questa nebbia che Nicoletta sperimenta una doppia forma di esclusione: quella della scuola, dove è vittima della cattiveria quotidiana dei compagni, e quella della propria famiglia, in uno spazio che dovrebbe essere di protezione e amore e che, invece, si trasforma in quello più doloroso della sua solitudine.
Dopo la nascita della sorella, infatti, la madre torna dall’ospedale profondamente cambiata, imprigionata in una sofferenza che la rende distante, aggressiva, incapace di riconoscere e accogliere la figlia maggiore: Nicoletta, con gli strumenti fragili e potentissimi della sua età, arriva persino a immaginare che quella donna non sia davvero sua madre, che ci sia stato uno scambio, che la madre che conosceva sia rimasta da qualche parte e che al suo posto sia tornata un’altra persona. Ed è forse proprio qui che il romanzo raggiunge il suo apice di dolore, nella descrizione di una bambina che non viene esclusa soltanto dal mondo esterno, ma da chi più di ogni altro dovrebbe garantirle un posto sicuro: la madre.
Eppure, Nicoletta riesce a compiere una sorta di miracolo: non lascia che quel dolore costante, che finisce quasi per diventare una condizione esistenziale, si trasformi in rabbia sterile, né in desiderio di vendetta. La sua lotta per la libertà, una libertà che coincide prima di tutto con la fine della sofferenza, non passa attraverso la ricerca di un nemico da sconfiggere: quando si ritrova davanti alla madre, che con le sue parole e con i suoi gesti non solo appare incapace di amare ma sembra proprio incline a odiare, Nicoletta riesce a intuire una sofferenza più profonda, una ferita che precede le sue parole e i suoi comportamenti. È uno sguardo di una notevole maturità, perché questa bambina che riceve così poco continua comunque a donare moltissimo: affetto, attenzione, immaginazione e, soprattutto, sogni. Continua a sognare una vita che non resti confinata entro i limiti soffocanti di quel paese avvolto dalla nebbia, ma che possa estendersi oltre, verso uno spazio più ampio dove sia finalmente possibile respirare a pieni polmoni quel senso di libertà e liberazione.
E allora sì, leggere questo libro fa male e fa bene contemporaneamente: fa male perché la sofferenza di Nicoletta entra sotto pelle, ci costringe a guardare da vicino il volto dell’abbandono, della solitudine, della cattiveria e dell’incomprensione, ma fa anche bene, perché Rossella Sorbara riesce a raccontare la storia di un profondo disagio con trasparenza, senza applicare filtri narrativi, e il solo parlarne sembra essere terapeutico, forse anche catartico, senza dubbio necessario. Ed è talmente incisiva e potente la scrittura di Rossella Sorbara da generare il desiderio quasi fisico di entrare nelle pagine del romanzo per abbracciare Nicoletta, il suo fedele amico Cosimo e perfino quella madre che, dietro l’apparente durezza e incapacità di essere madre, nasconde una fragilità e un dolore altrettanto profondi.
La scrittura di Rossella Sorbara è un’onda che travolge ma non distrugge: arriva al lettore con l’impeto della spontaneità, con una voce autentica e immediata che costruisce fin dalle prime pagine un legame profondo con la storia e con i suoi personaggi. Uno stile che, a me personalmente, ha ricordato quello di un autore che ritengo straordinario: Paolo Nori.
Insomma, come ho detto al principio di questa breve recensione: fatevi un regalo, leggete questo libro. E fatelo anche presto.
“Il cielo è nero la terra blu” di Rossella Sorbara, edizioni Neo.




