La linea d'ombra

“Le venti giornate di Torino” di Giorgio De Maria: recensione libro

Nella Torino del 1976 uno scrittore (l’alter ego di De Maria?) conduce un’inchiesta sugli strani avvenimenti accaduti dieci anni prima nella città sabauda. Strane presenze, cittadini nottambuli colpiti da insonnia, urla sovrumane e delitti. Molti delitti compiuti nell’assoluta indifferenza delle forze dell’ordine, della popolazione inerme e dei mezzi di informazione.

Le venti giornate di Torino di Giorgio De Maria

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Venti giornate da incubo in un susseguirsi di violenza, malvagità e rassegnazione. Mostri giganti combattono e si misurano tra loro usando gli ignari passanti notturni come clave contundenti. Qualcuno è riuscito anche a registrare la nascita dell’oscuro fenomeno, immortalando il gorgoglio primordiale della nascita, l’uscita dal sottosuolo e il suono demoniaco delle loro voci.

Non è la Torino occulta capitale del satanismo descritta nelle becere cartoline di presentazione esoterica, bensì una città barocca, incapace di uscire dalla mediocrità del male e della rassegnazione tutta torinese dei bugia men. La torinesità della discrezione, del non volersi impicciare, impropriamente equivocata con la falsità e la cortesia. Non manca la magia in questo scenario, evocata anche quando si fa riferimento a Rol, così come lo troviamo anche ne L’inconveniente di Hilary Ann Mostert,  nipote tra l’altro di De Maria (che a lui dedica il capitolo “Agosto a casa De Maria “).

Ci sono molti riferimenti culturali e letterari in questo romanzo, uno su tutti è Pagine postume pubblicate in vita di Robert Musil, che l’avvocato Segre regala allo scrittore. Pagine in cui lo scrittore viennese, autore anche de L’uomo senza qualità e de I tormenti del giovane (allievo) Torless, descrive l’invisibilità dei monumenti nelle grandi città: così maestosi e così nascosti agli occhi dei passanti che mai prestano loro la dovuta attenzione. 

Ed ecco la similitudine, la metafora, che De Maria evoca per descrivere l’indifferenza durante i fatti criminosi delle venti giornate torinesi. Poi ci sono i luoghi, emblematici e pittoreschi. Tutto si snoda nel centro storico e oltre il Po: piazza Vittorio,  la Gran Madre, piazza Castello, piazza San Carlo, corso Casale.

Ed è proprio in Corso Casale, dove abita il protagonista, che incontra Suor Clotilde, figura quasi incorpora, eterea e allora l’analogia corre ad altri lidi letterari dove un’altra sorella si era palesata proprio in quel luogo, La suora giovane di Giovanni Arpino. Suor Clotilde è una figura inquietante nonostante la dolcezza dei modi, dimora nella Piccola Casa della divina Provvidenza dove dieci anni prima si diceva che figure spaventose uscissero da quei sotterranei per devastare ed uccidere. Cos’altro è se non un riferimento al Cottolengo?

le venti giornate di torino

Istituzione creata da Beato omonimo all’interno delle cui mura albergavano esseri infermi, dementi, pazzi ed emarginati. In piemontese si dice spregiativamente “Cutu” per definire un idiota, termine che deriva appunto da Cottolengo. Non voglio però togliere curiosità al lettore, perché il libro va letto nella profondità dei nostri sentimenti, immergendosi nel gorgo dei vissuti di ognuno facendovi emergere le paure recondite.

Prima uscita nel 1977

Il libro uscì la prima volta nel 1977 per l’editore Il Formichiere. Non ebbe molta fortuna e, nonostante De Maria avesse già alle spalle altri tre romanzi, finì presto per essere dimenticato cadendo, insieme all’autore,  nell’oblio. Fu solo trent’anni dopo, otto anni dopo la morte di De Maria avvenuta nel 2009, che l’editor Ramon Glazov lo riscoprì durante un soggiorno italiano e subito lo fece pubblicare in inglese per la grande casa editrice statunitense Norton. Frassinelli poi, visto il successo negli States,  scelse di ripubblicarlo anche in Italia nel 2017.

De Maria è stato un ottimo musicista, creatore di canzoni, sceneggiatore televisivo, oltre che acuto scrittore. Visionario e lungimirante se pensiamo che la famosa “biblioteca” che compare nel romanzo, dove la gente poteva portare propri manoscritti e leggere quelli degli altri, condividendoli e commentandoli,  non è altro che la moderna agorà social di Facebook, Istagram e via discorrendo, idealmente creata quarant’anni prima.

Purtroppo De Maria è stato troppo presto dimenticato, scartato e quando nel 2009 morirà, la figlia Corallina dirà di lui che si spense:”…mezzo barbone, tutto matto, alcolizzato e distrutto dall’Halcion.”.

Buona lettura.

Paolo Marengo 

“Le venti giornate di Torino” di Giorgio De Maria, edizioni Frassinelli. La linea d’ombra.

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