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“La ragazza del ponte” di Arnaldur Indriðason: recensione libro

Terzo romanzo della serie di Konráð, che si affianca a quella arcinota con protagonista Erlendur e a quella della coppia Flovent e Thorson. Gli appassionati del noir all’islandese sanno che i ponti collegano il passato al presente e che un cold case può sciogliersi riportando alla luce la Storia dell’isola di ghiaccio e di fuoco.

La ragazza del ponte

Questa volta il contrasto tra passato e presente appare stridente: Konráð, sottratto al tranquillo godimento della pensione da una coppia di anziani coniugi, si trova a dover fronteggiare, nel presente, una cruda e violenta storia di spaccio di stupefacenti e, nel passato, un annegamento nel laghetto della Tjörnin, che torna a galla con le inquietanti fattezze di una bambola, compagna inseparabile di una ragazzina che pare non aver meritato più rispetto del suo giocattolo preferito. Parallelamente, sempre dal passato, continuano a emergere nuovi particolari dell’omicidio del padre di Konráð, col loro carico di esoterismo e spiritismo, autentico o truffaldino.

Ci sono almeno due ottimi motivi per leggere questo romanzo: la scrittura di Indriðason, grazie all’ottima traduzione di Alessandro Storti, nasconde dietro un’apparente semplicità, la capacità di sondare con precisione la complessità psicologica dei vari personaggi, protagonisti o comprimari che siano. Il secondo motivo è legato alla straordinaria attualità del tema trattato: il prezzo che le donne, in ogni epoca, a qualsiasi latitudine e a qualsiasi età, sono costrette a pagare alla violenza degli uomini. È un tema ricorrente nella narrativa di Indriðason, e ha indubbiamente una valenza storica e sociale da non sottovalutare anche alle sue iperboree latitudini.

“La ragazza del ponte” di Arnaldur Indriðason, edizioni Guanda. I libri di Riccardo

Riccardo Gavioso

Nasce a Torino nel 1959, dove si laurea in Giurisprudenza. Ma ormai incerto su chi fossero i buoni e i cattivi, e pur ritenendo il baratto una forma di scambio decisamente più evoluta del commercio, da allora è costretto a occuparsi di quest’ultimo. Inevitabile, quindi, che l’alienazione professionale lo spinga tra le braccia di una penna e che la relazione, pur tra alti e bassi, si protragga per diversi anni. Poi, deluso in egual misura da quel che si pubblica e da quel che non si pubblica, smette di scrivere narrativa e si occupa di giornalismo collaborando con diverse testate di rilievo e creando un blog che arriva a incuriosire diecimila lettori al giorno. Torna alla narrativa con Arpeggio Libero con cui pubblica attualmente. Ha ottenuto diversi riconoscimenti per i suoi racconti. Nel 1997 è stato finalista al Premio Internazionale di Narrativa “ Il Prione ”.

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