“Epepe” di Ferenc Karinthy: una storia che parla di alienazione e incomunicabilità

Immaginate di ritrovarvi in una città sconosciuta, senza documenti, con il denaro contato e senza comprendere la lingua degli abitanti. Non avete punti di riferimento e non sapete come raggiungere l’aeroporto per tornare a casa.
È quello che è accaduto al professore Budai, un linguista ungherese che, a causa di un disguido, viene catapultato in un incubo: invitato a un congresso di linguistica a Helsinki, all’aeroporto di Budapest Budai sbaglia uscita, sale su un volo diretto altrove e finisce chissà dove, in una città a lui sconosciuta.
Per uno scherzo beffardo del destino, pertanto, un linguista di fama internazionale si trova di colpo imprigionato in un incubo dal quale non riesce a uscire: le azioni quotidiane più semplici, come ordinare del cibo o chiedere indicazioni per raggiungere l’aeroporto, diventano impossibili, perché nessuno comprende la lingua che parla.
Epepe di Ferenc Karinthy è romanzo claustrofobico, angosciante che, pagina dopo pagina, trascina il lettore in un’esperienza estraniante. Non ci sono dialoghi (come potrebbero esserci, visto che il protagonista non può comunicare con nessuno?) eppure l’autore riesce a tenere incollati fino all’ultima pagina.
Nell’era della comunicazione, dove siamo perennemente connessi, come sarebbe non riuscire più a interagire con gli altri? Svegliarci un giorno e scoprire di non essere più in grado di comprendere le persone e di non farsi capire? Uno fra i pregi di “Epepe” è quello di porre il lettore moderno di fronte a questi inquietanti dilemmi.
Un libro tanto profondo quanto angosciante.
“Epepe” di Ferenc Karinthy, edizioni Adelphi. Il vizio di leggere.




